venerdì 8 maggio 2026

 

La banda della Uno Bianca




 

“La Uno Bianca resta una delle vicende più oscure e dolorose della nostra storia recente. I depistaggi non sono mancati; ma il più insidioso potrebbe essere stato quello che ha indotto a credere che il mito maledetto dei Savi bastasse a spiegare l'enigma dei delitti commessi con le loro armi”.

A scriverlo, in una lettera al quotidiano La Stampa il 7 maggio 2026, Lucia Musti, Procuratore Generale presso la Corte d'Appello di Torino, e Giovanni Spinosa, magistrato in quiescenza. I giudici che nel 1994 ricoprivano il ruolo di Sostituti Procuratori della Repubblica a Bologna e titolari delle indagini sulla Uno Bianca, lettera scritta dopo le dichiarazioni di Roberto Savi a Francesca Fagnani.

Le parole di Roberto Savi e dei PM riaprono una storia che sembrava chiusa nel 1994. Una delle storie che hanno segnato la recente storia della nostra repubblica, non solo per l’efferatezza dei delitti e degli atti criminali che la banda portò a termine, ma soprattutto per quel senso di tradimento delle istituzioni che i membri della banda (tutti poliziotti a parte il terzo fratello Savi, unico civile della banda) si sono macchiati.

La banda fu attiva tra il 1987 e il 1994 principalmente tra Emilia-Romagna e Marche, mettendo a segno 103 atti criminali, uccidendo 24 persone e ferendone più di 100.

Tutto era iniziato il 19 giugno 1987 quando, a bordo di una Fiat Regata rapinarono il casello autostradale di Pesaro mettendo a segno un colpo di un milione e 300 mila lire. Nei mesi successivi, lungo l’autostrada A14, la banda mise a segno altri 12 colpi. Ma negli anni vennero presi di mira anche uffici postali, Coop, distributori di benzina.

Tra i delitti più efferati la “Strage del Pilastro”. Siamo nel 1991, a Bologna. In una vettura alcuni carabinieri superano una macchina con a bordo alcuni componenti della Banda. Questi, pensando che la manovra era per l’identificazione della loro vettura, decidono di passare all’azione e uccidono i tre carabinieri (Moneta, Mitilini e Stefanini) a sangue freddo.

8 anni di delitti avvolti nel mistero, visto che le indagini non stavano portando a nulla. Nel 1995, alla commissione stragi, una relazione di Antonio Di Pietro, puntava il dito proprio su come erano state gestite le indagini: “Sono stati fatti troppi errori, ma soprattutto è mancata una strategia investigativa. E a volte nell' errore si è insistito pervicacemente” le parole dell’ex PM che punta il dito sui suoi ex colleghi.

La svolta nelle indagini arrivò solo nel 1994. 2 poliziotti di Rimini, Luciano Baglioni e Pietro Costanza, iniziarono a pensare fuori dagli schemi e iniziarono a sorvegliare alcuni luoghi che ritenevano possibili obiettivi. Così, il 3 novembre 1994, notarono Fabio Savi mentre eseguì un sopralluogo in una banca a Santa Giustina nel riminese. Savi somigliava, come fisionomia, alla figura di uno dei membri della banda registrati dalle telecamere di sorveglianza di una banca, così lo seguirono e in breve tempo la loro azione portò all’arresto dei membri della banda.

Il processo si concluse il 6 marzo 1996 con condanne durissime: Roberto, Fabio e Alberto Savi insieme a Marino Occhipinti furono condannati all'ergastolo mentre Pietro Gugliotta a 28 anni.

Storia finita? Nient’affatto. Alcuni familiari delle vittime e diversi magistrati hanno ipotizzato per anni che dietro la banda ci fossero mandanti occulti o legami con i servizi segreti tanto che è stata aperta una nuova inchiesta affidata al procuratore capo di Bologna Paolo Guido e i pm Lucia Russo e Andrea De Feis, per trovare complici ed eventuali coperture.

L’ultimo atto di questa lunga vicenda, poi, l’intervista di Roberto Savi a Berlve Crime. Durante l’intervista il criminale ha più volte fatto capire che dietro ad alcune delle loro azioni c’erano i servizi segreti, che non solo avrebbero commissionato alcuni omicidi, ma avrebbero anche contribuire a depistare le indagini. Per poi affermare che dietro la strage all’armeria di via Volturno, il 2 maggio 1991, dove furono uccisi la titolare Licia Ansaloni e il carabiniere in congedo Pietro Capolungo, c’era la richiesta dei Servizi. Savi, infatti, spiega che loro non avevano bisogno di armi, né di fare quel colpo e che Capolungo non era solo un ex carabiniere, ma era legato ai servizi dell’arma. Dichiarazioni che confermerebbero i timori dei familiari delle vittime e che i magistrati approfondiranno a breve.

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