La banda della Uno Bianca
“La Uno Bianca resta
una delle vicende più oscure e dolorose della nostra storia recente. I
depistaggi non sono mancati; ma il più insidioso potrebbe essere stato quello
che ha indotto a credere che il mito maledetto dei Savi bastasse a spiegare
l'enigma dei delitti commessi con le loro armi”.
A scriverlo, in una
lettera al quotidiano La Stampa il 7 maggio 2026, Lucia Musti, Procuratore
Generale presso la Corte d'Appello di Torino, e Giovanni Spinosa, magistrato in
quiescenza. I giudici che nel 1994 ricoprivano il ruolo di Sostituti
Procuratori della Repubblica a Bologna e titolari delle indagini sulla Uno
Bianca, lettera scritta dopo le dichiarazioni di Roberto Savi a Francesca
Fagnani.
Le parole di Roberto Savi
e dei PM riaprono una storia che sembrava chiusa nel 1994. Una delle storie che
hanno segnato la recente storia della nostra repubblica, non solo per l’efferatezza
dei delitti e degli atti criminali che la banda portò a termine, ma soprattutto
per quel senso di tradimento delle istituzioni che i membri della banda (tutti
poliziotti a parte il terzo fratello Savi, unico civile della banda) si sono
macchiati.
La banda fu attiva tra
il 1987 e il 1994 principalmente tra Emilia-Romagna e Marche, mettendo a segno
103 atti criminali, uccidendo 24 persone e ferendone più di 100.
Tutto era iniziato il 19 giugno 1987 quando, a bordo
di una Fiat Regata rapinarono il casello autostradale di Pesaro mettendo a
segno un colpo di un milione e 300 mila lire. Nei mesi successivi, lungo l’autostrada
A14, la banda mise a segno altri 12 colpi. Ma negli anni vennero presi di mira
anche uffici postali, Coop, distributori di benzina.
Tra i delitti più
efferati la “Strage del Pilastro”. Siamo nel 1991, a Bologna. In una vettura
alcuni carabinieri superano una macchina con a bordo alcuni componenti della
Banda. Questi, pensando che la manovra era per l’identificazione della loro
vettura, decidono di passare all’azione e uccidono i tre carabinieri (Moneta,
Mitilini e Stefanini) a sangue freddo.
8 anni di delitti
avvolti nel mistero, visto che le indagini non stavano portando a nulla. Nel 1995,
alla commissione stragi, una relazione di Antonio Di Pietro, puntava il dito
proprio su come erano state gestite le indagini: “Sono stati fatti troppi
errori, ma soprattutto è mancata una strategia investigativa. E a volte nell'
errore si è insistito pervicacemente” le parole dell’ex PM che punta il dito
sui suoi ex colleghi.
La svolta nelle indagini arrivò solo nel 1994. 2 poliziotti di Rimini, Luciano
Baglioni e Pietro Costanza, iniziarono a pensare fuori dagli schemi e iniziarono
a sorvegliare alcuni luoghi che ritenevano possibili obiettivi. Così, il 3
novembre 1994, notarono Fabio Savi mentre eseguì un sopralluogo in una banca a
Santa Giustina nel riminese. Savi somigliava, come fisionomia, alla figura di
uno dei membri della banda registrati dalle telecamere di sorveglianza di una
banca, così lo seguirono e in breve tempo la loro azione portò all’arresto dei
membri della banda.
Il processo si concluse il 6 marzo 1996 con condanne durissime: Roberto,
Fabio e Alberto Savi insieme a Marino Occhipinti furono condannati
all'ergastolo mentre Pietro Gugliotta a 28 anni.
Storia finita? Nient’affatto. Alcuni familiari delle vittime e diversi
magistrati hanno ipotizzato per anni che dietro la banda ci fossero mandanti
occulti o legami con i servizi segreti tanto che è stata aperta una nuova
inchiesta affidata al procuratore capo di Bologna Paolo Guido e i pm Lucia
Russo e Andrea De Feis, per trovare complici ed eventuali coperture.
L’ultimo atto di questa lunga vicenda, poi, l’intervista di Roberto
Savi a Berlve Crime. Durante l’intervista il criminale ha più volte fatto
capire che dietro ad alcune delle loro azioni c’erano i servizi segreti, che
non solo avrebbero commissionato alcuni omicidi, ma avrebbero anche contribuire
a depistare le indagini. Per poi affermare che dietro la strage all’armeria di
via Volturno, il 2 maggio 1991, dove furono uccisi la titolare Licia Ansaloni e
il carabiniere in congedo Pietro Capolungo, c’era la richiesta dei Servizi. Savi,
infatti, spiega che loro non avevano bisogno di armi, né di fare quel colpo e che
Capolungo non era solo un ex carabiniere, ma era legato ai servizi dell’arma. Dichiarazioni
che confermerebbero i timori dei familiari delle vittime e che i magistrati
approfondiranno a breve.