mercoledì 4 marzo 2026

 Serial Killer 

Donato Bilancia


 

“Andrò all’inferno, ma prego Dio che mi dia un istante per passare da loro a chiedere scusa”. Sono le parole che uno dei serial killer più prolifici in Italia, Donato Bilancia, diceva a Don Marco Pozza, il cappellano del carcere Due Palazzi di Padova dove Bilancia era rinchiuso, condannato a scontare 13 ergastoli e 28 anni di carcere per l’omicidio di 17 persone.

 

Ma chi era Donato Bilancia?

Donato nasce a Potenza nel luglio del 1951, ma rimane poco in Basilicata. Con il padre Rocco e la mamma Anna Mazzaturo, si trasferisce prima in provincia di Salerno e poi in Piemonte e nel 1956 arriva a Genova. Le notizie della sua infanzia sono scarse. Si pensa che sia cresciuto in un ambiente degradato e poco sereno e non arriva a completare le scuole medie. Lasciata la scuola si avvicina al mondo criminale e ben presto ha i primi guai con la giustizia come nel 1972 quando viene arrestato per il furto di un camion. È l’inizio della sua carriera di criminale collezionando diverse denunce (verrà fermato per porto abusivo d’armi, rapina e tentato sequestro). In questo periodo inizia anche a frequentare le bische clandestine. Nell’ambiente usava il nome di Walter perché per lui il nome Donato rimarcava troppo le sue origini meridionali.

Nel 1987 un evento traumatico lo segna in maniera importante. Il 20 marzo 1987 il fratello di suicida gettandosi, con il figlio tra le braccia, sotto un treno. Donato aveva un ottimo rapporto con il fratello e questo evento sicuramente lo segna. Va anche detto che Donato Bilancia attribuiva la responsabilità del suicidio del fratello alla cognata, disprezzando ancora di più le donne. Poco dopo si registrano alcuni episodi di violenza contro le donne, (nel 1990, per esempio, si registra la denuncia per percosse di una prostituta). Nello stesso anno, a seguito di un incidente stradale, rimase in coma due giorni.

Non è da escludere che anche questo trauma possa aver influito sulla psiche di quello che diventerà uno dei più proliferi serial killer italiani.



Gli omicidi

Fn da giovane Donato Bilancia era solito frequentare bische clandestine dove si giocava i soldi delle rapine (anche se aveva iniziato a perdere molto). Ed è proprio all’interno del mondo delle bische che matura i suoi primi omicidi.

Siamo nell’ottobre del 1997. Bilancia frequenta una bisca gestita da Giorgio Centanaro. Qui, una sera, Bilancia sente lo stesso Centanaro parlare con Maurizio Parenti, i due sembra che prendano in giro Bilancia, forse lo hanno truffato. Lo chiamano “pollo”. Qualcosa scatta nella testa di Bilancia, l’affronto è troppo grande.

Nella notte del 16 ottobre del 1997 Bilancia entra nella casa di Centanaro, lo imbavaglia, probabilmente con un nastro adesivo, e lo soffoca, poi pulisce la scena. Gli inquirenti pensano che Centanaro sia morte per cause naturali e quindi il caso viene archiviato, Bilancia se ne prenderà il merito solo dopo il suo arresto.

Passa poco più di una settimana e il 24 ottobre Bilancia completa la sua vendetta. Intercetta Maurizio Parenti sotto casa e, minacciandolo con una pistola, lo obbliga a portarlo su, dove è presente la moglie di Parenti, Carla Scotto. Nell’appartamento lega i due coniugi e li uccide con una pistola Smith & Wesson, e ruberà anche 13 milioni di lire e alcuni orologi di valore.

Pochi giorni dopo Bilancia torna a colpire. È il 27 ottobre. Siamo nel quartiere Marassi di Genova. Bilancia si introduce nell’appartamento di Bruno Solari e Maria Luigia Pitto, una coppia di orefici in pensione, uccidendoli con dei colpi di pistola.

Il 13 novembre il killer va in “trasferta”. Bilancia continua ad avere bisogno di soldi (la sua difficoltà è principalmente legata alle perdite nelle bische clandestine che continua a frequentare). Decide di prendere d’assalto l’ufficio di un cambiavalute, uccide il titolare (Luciano Marro) e ruba ben 45 milioni.

Il 25 gennaio 1998 c’è una nuova vittima, il metronotte Giangiorgio Canu. Ma se nei precedenti omicidi il movente è quello dei soldi, questa volta no. Sembra infatti che Bilancia abbia scelto di uccidere Canu semplicemente perché era un metronotte e dopo alcuni giorni di appostamento lo abbia scelto perché faceva un giro in solitaria.

Dopo la morte del metronotte c’è un relativo periodo di inattività del killer di una quarantina di giorni. In questo periodo Bilancia aveva continuato a frequentare le bische, ma aveva iniziato ad andare al vicino casinò di Sanremo.

Il 9 marzo 1998 carica sulla sua auto Stela Truya, una prostituta albanese, e con lei va verso Varazze, una località marittima sulla costa genovese. Qui i due vanno verso la spieggia. Le spara alla nuca e la ragazza muore sul colpo. Non sembra che ci siano segno di violenza sessuale nei confronti della ragazza.

Questo omicidio segna un cambiamento totale per Bilancia che fino a quel momento aveva ucciso principalmente per soldi.

Il 18 marzo è la volta di Ljudmyla Zubskova, una ragazza di origine ucraina, anche lei una prostituta. La ragazza era stata caricata ad Albenga. Ma a differenza di Stela, questa volta sembra che abbia avuto un rapporto orale con lei. Decide anche di far sparire la borsetta della ragazza. 

Due giorni dopo uccide Enzo Gorni (è la sua decima vittima). Gorni è un cambiavalute di Ventimiglia. Il 20 marzo Bilancia si apposta presso l’ufficio e appena ha l’occasione entra puntando la pistola contro l’uomo per rapinarlo. Ma dopo aver preso il bottino lo uccide.

Il 24 marzo si apparta con July Castro, una prostituta transessuale, nei pressi di Novi Ligure, a bordo della sua Mercedes. La macchina era già stata notata da alcuni testimoni, alcune “colleghe” di Stela, infatti, avevano raccontato agli investigatori che la loro compagna era salita appunto su una Mercedes nera. Mentre era in macchina, July aveva iniziato a spogliarsi, ma aveva notato una pistola nascosta nel soprabito di Bilancia. Si era preoccupata e aveva deciso di fuggire da quell’uomo, era nata una colluttazione dentro la macchina. In quel momento erano giunti due metronotte e avevano chiesto cosa stesse succedendo. Bilancia aveva fatto fuoco, probabilmente per paura di essere segnalato alla centrale operativa. Persero la vita Candido Randò e Massimiliano Gualillo. July aveva colto l’occasione per fuggire, ma Bilancia le andò dietro e la braccò. Ne nacque una seconda colluttazione e questa volta Bilancia sparò alla prostituta che riportò una ferita all’addome. Probabilmente il killer aveva pensato che il colpo avesse ucciso Castro e lasciò la scena del crimine. Ma July si salvò.

Ora c’era un testimone.

Castro dichiarò agli inquirenti che la persona che aveva ucciso i due metronotte “Era vestito con giacca e cravatta, pantaloni eleganti e un soprabito scuro con il bavero rialzato. Era molto taciturno, e sul piano fisico un po’ robusto. Aveva i capelli brizzolati, un’età di circa 50-55 anni e un inconsueto timbro di voce, molto rauco e profondo”.

July, con l’aiuto di un disegnatore, aveva fatto un identikit del killer.

A questo punto partono le indagini. Ma Bilancia non si ferma.

Il 29 marzo uccide Tessy Adodo, una prostituta nigeriana. Anche in questo caso aveva portato la ragazza in un luogo appartato, l’aveva fatta scendere dall’auto e finita sparandole alla nuca. Gli inquirenti iniziavano, a questo punto, a unire i puntini, ipotizzando un’unica mano dietro tutti questi delitti delle prostitute. L’esame della balistica aveva poi confermato che era stata usata la stessa arma per tutte le donne uccise negli ultimi mesi.

Poi qualcosa cambia improvvisamente.

Per chi ha un minimo di conoscenza di serial killer (ma basta una passione per alcune serie in TV) sa benissimo che la “firma” del killer è fondamentale per capire chi è l’assassino. Il famoso modus operandi aiuta, e non poco, le forze dell’ordine nelle indagini. La scelta di un determinato tipo di vittima, come il modo di uccidere, sono elementi indispensabili per catturare il criminale.

Come dicevamo, però, qualcosa cambia.

È il 12 aprile 1998. Donato Bilancia sale su un treno, l’intercity La Spezia – Venezia. Qui rimane seduto per diverso tempo alla ricerca della sua vittima. Ad un certo punto Elisabetta Zoppetti, si alza dal suo posto per andare in bagno. Bilancia la segue, aspetta che entri nel bagno e che la ragazza chiuda la porta. Bilancia aveva con sé una chiava quadrata con cui riesce ad aprire la serratura. Spalanca la porta, butta sulla testa della vittima la giacca, un modo per disorientarla, e le spara. Scende dal treno poco dopo, a Voghera, per prendere un treno nella direzione opposta.

Un paio di giorni dopo, il 14, ancora una prostituta, la macedone Kristina Valla. Si apparta nella sua macchina sulla strada tra Albenga e Ceriale. Con lei ha un rapporto sessuale, poi la fa scendere e le spara in testa.

Gli inquirenti sono in difficoltà, tanto che a metà aprile vengono arresati 2 cittadini albanesi accusati di essere i responsabili degli omicidi.

Il 18 aprile prende ancora il treno. Questa volta il diretto 2888 Genova-Ventimiglia. Qui individua Maria Angela Rubino, una giovane ragazza di soli 29 anni. Aspetta che Maria Angela vada in bagno. Poi la segue, apre la porta, la fa inginocchiare e, dopo averle coperto la testa, le spara alla nuca. Ma commette un errore. Forse determinante. Dopo averla uccisa si masturba sul cadavere della vittima e si pulisce sui vestiti di Maria Angela. Ora gli inquirenti hanno il DNA dell’assassino. Ma non solo. Ora le indagini puntano al serial killer, come si legge su un articolo del Manifesto del 20 aprile.  

 

L’arresto

17 omicidi in pochi mesi. Ma come è stato individuato Bilancia? Fino a qui sappiamo che gli inquirenti erano riusciti a capire, grazie all’esame balistico, che era stata un’unica pistola per gli omicidi. E sappiamo anche che gli inquirenti avevano il profilo genetico di Bilancia (lo sperma ritrovato sui vestiti di Maria Angela Rubino, ma anche alcuni mozziconi di sigaretta trovati su alcune scene del crimine). Avevano anche l’identikit di Bilancia fornito da Castro, il transessuale che si era salvato. In verità avevano anche un altro elemento (anche questo fornito da Castro): il killer usava una Mercedes nera. Bilancia aveva comprato la Mercedes da Pino Monello, ma non aveva saldato tutto il debito, dando solo 5 dei 7 milioni di lire richiesti dal proprietario. Così non ci fu mai il passaggio di proprietà. Bilancia poi aveva commesso un altro, stupido, errore. Quando andava alla ricerca delle sue vittime e doveva entrare in autostrada, per non pagare, si accodava alla macchina davanti a lui per passare il casello. Così erano arrivate a Pino Monello, ancora formalmente proprietario della vettura, una serie di multe per quella violazione. Aveva quindi deciso, su consiglio del suo avvocato, di parlare con i carabinieri per spiegare che la vettura la usava Bilancia. Era il pezzo mancante che avrebbe consentito di individuare il serial killer.

Alcuni giorni dopo gli investigatori decidono di seguire Bilancia nei suoi spostamenti. Recuperano anche un campione di DNA da una tazzina che avevano recuperato in un bar. Gli esami confermavano che Bilancia aveva lo stesso profilo genetico del killer.

Fu catturato il 6 maggio, mentre usciva dell'Ospedale San Martino di Genova, dove si era recato per delle visite di controllo.  Nella perquisizione del suo appartamento venne ritrovata una pistola Smith & Wesson, la pistola che aveva usato per i delitti.

Pochi giorni dopo l’arresto, aveva deciso di rendere una piena confessione dei suoi delitti. E aveva iniziato raccontando dei due omicidi, quello di Giorgio Centanaro e di Mario Parenti, che, in assenza di prove, non erano stati attribuiti al killer (il primo, se ricordate, era passato addirittura per morte naturale).

Agli inquirenti confessò:

“Quando nella bisca ho colto la frase di Maurizio che diceva "hai visto che sono riuscito ad agganciare Walter" (così era chiamato Bilancia dagli amici), nella mia testa è successo un macello e ho subito pensato: questi qui ora li debbo uccidere ...sono sempre stato un lupo solitario, non mi sono mai iscritto a niente. Ma credevo nell'amicizia. Con quella frase pronunciata da Maurizio per l'ennesima volta mi sono sentito pugnalato alla schiena ...Mi dispiace solo di aver ucciso Carla. Centanaro invece è sempre stato un viscido e lo trattavo come tale. Questo è stato il motivo che ha fatto esplodere in me una cosa di incredibile violenza. Perché io ho sempre vissuto tranquillamente per quarantasette anni, poi qualcosa è successo da un momento all'altro, non è che uno si sveglia alla mattina e dice: "va bé, oggi mi cerco un'arma e vado ad ammazzare qui e là".

 

Il processo, la detenzione e la morte

Il 13 maggio 1999 inizia il processo presieduto da Loris Pirozzi, con Massimo Cusatti giudice a latere ed Enrico Zucca Pubblico Ministero. A Bilancia vengono contestati 26 capi d'imputazione (17 omicidi, due tentati omicidi, detenzione e ricettazione di arma da fuoco, sei rapine, porto d'armi abusivo, atti osceni e vilipendio di cadavere). La sentenza sarà emessa il 12 aprile del 2000 e venne condannato a 13 ergastoli per i 17 omicidi e a 16 anni di reclusione per il tentato omicidio di July Castro, con l’aggiunta di 3 anni di isolamento diurno. Verrà quindi trasferito, come abbiamo visto, alla prigione di Padova.

Bilancia morirà in carcere nel dicembre del 2020. Ad ucciderlo il Covid.


martedì 3 marzo 2026

 In libreria

L’amore non basta

Roberto Costantini

 



Torna in libreria Roberto Costantini con una nuova avventura del commissario Michele Balistreri (l’ultimo romanzo della serie, sempre per Marsilio, Da molto lontano era del 2018).

Nel 1984 il commissario Michele Balistreri è stato distaccato, per punizione, in Sardegna, presso la questura di Nuoro, per occuparsi della terribile piaga dei sequestri di persona. Il primo caso che affronta è il rapimento di una bambina del luogo, il secondo riguarda il figlio di una coppia molto ricca, il cui padre è a capo di una potente famiglia di palazzinari romani che ha legami con la malavita. Dietro a entrambi i casi l’ombra dei pastori di Orgosolo e un sistema basato su leggi nonscritte in cui la vendetta è autorizzata. Coi suoi metodi duri e sbrigativi, Balistreri indaga tra le gole della Barbagia e i lussi della Costa Smeralda, fino a una verità inaspettata e sconvolgente, che lo porrà davanti al suo peggiore incubo: il dilemma tra rimpianto e rimorso, tra verità e giustizia. Quarant’anni dopo, il commissario intraprenderà un viaggio in auto da Lampedusa fino all’estremo Nord dell’Europa per scoprire l’ultimo lembo di verità, quello che solo il tempo può rivelarci. Un grande thriller che rilancia il mito del più controverso e tormentato detective italiano. Un’indagine adrenalinica, nessun buono, tutti cattivi, a partire da Michele Balistreri.

 In libreria

La vendetta di Odessa

Frederick Forsyth e Tony Kent

 

 


 

Frederick Forsyth ex pilota della RAF e giornalista investigativo, ha rivoluzionato il thriller contemporaneo regalandoci dei capolavori come Il giorno dello sciacallo e Quarto protocollo.

Nel 1972 pubblica in Inghilterra The Odessa File (in Italia esce l’anno successivo, per Mondadori con il titolo Dossier Odessa).

Un giornalista investigativo di Amburgo viene in possesso di un manoscritto nel quale un ebreo scampato al campo di concentramento, e suicidatosi nel 1963, raccontava la sua vita e in particolare descriveva i crimini di Eduard Roschmann, il capitano delle SS che comandava il campo di concentramento di Riga-Kaiserwald, chiamato il boia di Riga. Così il giornalista di imbatte in un’organizzazione segreta, Odessa appunto. L’Organizzazione era composta da ex appartenenti alle SS e aveva lo scopo di proteggere, reinserire nella vita civile e aiutare negli affari gli uomini di Hitler scampati alla guerra.

Forsyth morirà il 9 giugno del 2025.

In questi giorni esce, in Italia per Mondadori La vendetta di Odessa, seguito di Dossier Odessa. A concludere il lavoro di Forsyth, lo scrittore inglese Tony Kent (in Italia lo abbiamo conosciuto per Complotto mortale e Bersagli editi da Solferino).

Il libro:

Che cosa unisce l’omicidio di un senatore statunitense bruciato vivo nella sua casa a Washington, il massacro di un gruppo di tifosi dello Stoccarda da parte di un commando di islamisti e la morte di un anziano assassinato nel reparto demenza di un ospedale tedesco? Questi tre eventi, apparentemente scollegati, si rivelano invece le tappe iniziali di un conto alla rovescia verso l’apocalisse. Da una parte Vanessa Price, giovane e brillante membro dello staff di un senatore degli Stati Uniti, e dall’altra il giornalista e podcaster tedesco Georg Miller iniziano a poco a poco a collegare i puntini e si ritrovano bersagli di assassini professionisti. Le loro indagini, infatti, sono andate a sbattere contro il muro di Odessa, organizzazione clandestina che si credeva smantellata da tempo, ma che ha invece continuato per cinquant’anni a nascondere ex membri delle SS e a infiltrarli in tutti i ruoli strategici della società occidentale con un unico obiettivo: riportare il Führer sul tetto del mondo. Proprio nel momento in cui scopre che i nazisti, da una base militare spersa nella campagna tedesca, mirano addirittura alla Casa Bianca, Georg, con l’aiuto dell’ex membro dell’MI6 Scott Brogan, deve tentare di fermare il più catastrofico degli attacchi prima che cambi per sempre il corso della Storia. La vendetta di Odessa è un thriller potente, che intreccia realtà, attualità politica e grandi scene d’azione. Affiancato dalla penna di Tony Kent, Frederick Forsyth firma questo ultimo romanzo, in uscita a quasi un anno dalla sua morte, caratterizzato dallo stesso ritmo implacabile che l’ha reso celebre. Un romanzo che dimostra come gli errori del passato, se non vengono affrontati fino in fondo, possono sempre ripresentarsi a minacciare il futuro, e l’eredità letteraria di uno dei maestri della spy story e del thriller internazionale

 

Rispondendo alle domande di La Lettura del Corriere della Sera Tony Kent racconta:

“La genesi del libro è venuta da Fortsyth: anche quando si era fatto più anziano, lui era sempre al corrente di ciò che accadeva nel mondo, non ha mai perso di vista la politica, era molto interessato alla situazione internazionale. E ultimamente era diventato abbastanza preoccupato dell’ascesa dell’estrema destra: non intendeva la Gran Bretagna o l’Italia con il governo Meloni, intendeva l’Europa orientale, Paesi come la Polonia o l’Ungheria, ma soprattutto la Germania, dove lo preoccupava l’AfD, che è genuinamente un movimento di estrema destra. Prima c’erano tante cose che in Germania non si potevano dire, per esempio era vietato negare l’Olocausto: ma ora siamo arrivati a un punto dove l’AfD sostiene che non c’è niente di cui scusarsi”.

E credo sia interessante che un conservatore euroscettico e a favore della Brexit come è stato Fortsyth, abbia avuto questi timori per la nostra epoca.

 

lunedì 2 marzo 2026

 In libreria

Un caso complicato per l'avvocato Ligas. Perdenti

Gianluca Ferraris

 

Mentre sta per uscire su Sky la prima stagione Avvocato Ligas interpretato da Luca Argentero, Corbaccio riporta il libreria il libro di Giancluca Ferraris che dà vita all'avvocato milanese.

 Lorenzo Ligas è un avvocato penalista brillante. Forse il più geniale sulla piazza di Milano. Ma la sua vita è andata in frantumi. È un disastro e lo sanno tutti. I suoi soci lo allontanano perché ha smarrito definitivamente il confine tra dovere e piacere. Lui, però, non può smettere di lavorare. Così decide di fare ciò che gli riesce meglio: sceglie i casi che nessuno vuole, quelli già decisi dal pregiudizio e dal rumore dei media. Poi c’è la vita fuori dall’aula: un matrimonio finito e una figlia che Ligas ama più di ogni cosa al mondo. Il padre perfetto non esiste, lui lo sa. Può solo esserci quando conta, cercare di mettere sua figlia davanti a tutto senza lasciarsi travolgere dai propri demoni. Ma mentre cerca di restare a galla fra guai privati e problemi professionali, bussa alla porta un caso che puzza di guai. Un poliziotto ucciso. Un ex cantante sul banco degli imputati. Chat cancellate nell’ora sbagliata. Un misterioso telefono svizzero. Testimoni che spariscono. E un palazzo con un’uscita secondaria.

Tra bar rumorosi e corridoi di tribunale, Ligas cerca la crepa dove tutti vedono un muro. Se il colpevole perfetto fosse solo un alibi per qualcun altro? E soprattutto: a chi conviene davvero che l’imputato resti colpevole? È una corsa contro la fretta di condannare e contro le scorciatoie del sistema. Per Ligas la regola non cambia: tutti sono innocenti fino a prova contraria e meritano la miglior difesa possibile. La sua.

 

La montagna nel lago

Jacopo De Michelis

 




Dopo il successo con La Stazione (Giunti 2022), De Michelis torna con un potente thriller, La montagna nel lago (sempre per Giunti).

La storia è ambientata nell’isola di Montisola, nel cuore del lago Iseo. Un’ambientazione particolare, e, come spesso accade (ne abbiamo parlato per il romanzo La Prova https://tuttiicoloridelcrime.blogspot.com/2026/02/la-prova-di-michael-connelly-questo.html ), fondamentale per la costruzione dell’intero romanzo. Montisola, infatti, non fa solo da sfondo alla narrazione, ma diventa fondamentale per l’itero intreccio narrativo. Un posto isolato, dove tutti si conoscono, dove tutti sanno mantenere un segreto.

Il romanzo si apre la sera del 3 settembre 1992 quando Pietro Rota, oramai trentenne, torna sull’isola dopo dodici anni di assenza. Ma il suo non è un ritorno di piacere, infatti torna a Montisola per aiutare il padre Nevio, sospettato dell’omicidio di Emilio Ercoli, il cittadino più ricco dell’isola.

Pietro aveva lasciato l’isola proprio per fuggire ad un destino che lo vedeva costretto a seguire le orme paterne, quelle di un pescatore che avrebbe chiesto poco alla vita, mentre lui, che aveva l’ambizione di diventare un famoso giornalista, decide di lasciare tutto e tutti e trasferirsi a Milano. Negli anni arriva la decisione di non sentire più il padre (nel libro il loro rapporto, molto distante, è molto approfondito). A Milano le sue ambizioni si scontrano però con la realtà, e l’unico impiego che trova è in un giornale di dubbia qualità che segue solo la cronaca nera.

Tornando all’omicidio, Ercoli è stato trovato morto in modo brutale, e le indagini sembrano puntare ovviamente verso Nevio, con cui aveva avuto da tempo frequenti contrasti (l’ultimo proprio la sera prima della sparizione di Ercoli) anche se nessuno a Montisola sa come sia nato questo contrasto mentre tutti i cittadini dell’isola sono legati (anche finanziariamente) ad Ercoli. A trovare il corpo era stato Cristian Bonetti, vigile urbano dell’isola, amico fraterno di Pietro quando erano giovani. Convinto dell’innocenza paterna, Pietro, insieme proprio all’amico ritrovato, intraprende un’investigazione informale per scagionarlo, scavando non solo nel presente ma, è chiaro fin da subito, anche negli oscuri segreti dell’isola. Anche Cristian aveva un sogno nel cassetto, quello di fare il poliziotto, sogno anche suo infranto (come quello di Pietro). Entrambi, quindi, vedono nella ricerca del “vero” assassino una forma di riscatto.  

Il ritorno di Pietro a Montisola diventa quindi fondamentale per la ricerca della verità e scagionare il padre ma diventa anche pretesto per un suo profondo esame di coscienza, trovandosi a dover affrontare i suoi fallimenti personali come giornalista, e anche ripensare alle sue scelte personali: l’amicizia e l’amore perduto, tutto abbandonato per seguire i suoi sogni.

 

Per raccontare tutto questo, De Michelis costruisce una trama in cui il tempo presente della narrazione (il 1992), passato recente (quando Pietro era fuggito via dall’isola) e passato storico (la Seconda guerra mondiale e i segreti che si celano in quegli anni) si intrecciano in un’unica narrazione.

Ma l’intreccio regge anche grazie a personaggi complessi. Pietro è un protagonista tormentato, che vuole fare i conti con il suo passato e vorrebbe superare anche i fallimenti di una vita, vorrebbe rimettere tutto a posto ed è consapevole anche che la risoluzione del caso avrebbe portato a superare molti problemi. Ma c’è anche un altro aspetto, l’arrivo a Montisola coincide anche con il fuggire da Milano, da un lavoro stretto e precario, ma anche da debiti che lo perseguitano, con la consapevolezza che lì è al sicuro. A mio avviso unico neo di questo personaggio è la dipendenza dalla cocaina, che ne descrive molto il carattere, ma forse sarebbe stato un personaggio ben riuscito anche calcando meno questo aspetto. Vicino a Pietro altro personaggio fondamentale è Nevio. È una figura enigmatica: pescatore rude, uomo di poche parole, simbolo di un mondo che cambia e non sempre accetta di farlo, sembra quasi infastidito dalla presenza sull’isola del figlio. Insieme a Cristian c’è poi anche Betta. I tre erano un trio molto legato, anche sentimentalmente. Betta è diventata anche la moglie di Cristian, ma le cose sarebbero andate diversamente se Pietro sarebbe rimasto nell’isola.

Il passato storico ha poi un peso fondamentale in tutto il romanzo. E De Michelis riesce a raccontare fatti realmente accaduti (come la presenza delle X flottiglia MAS sull’isola e ad inserirlo nella costruzione del giallo) al giallo che ha costruito.

 

venerdì 27 febbraio 2026

 

Regina Rossa

 




Prodotta da Amazon Prime Video e disponibile sulla piattaforma Prime dal 29 febbraio 2020, Regina Rossa è una serie thriller spagnola, adattamento del romanzo spagnolo Reina Roja di Juan Gómez-Juradol. Il libro esce in Spagna nel 2018 ed ha una notevole diffusione mentre in Italia verrà pubblicato con il titolo “Regina Rossa” nel 2021 per la Fazi editore. Lo stesso Juan Gómez-Jurado, che in Spagna aveva già pubblicato diversi libri, era poco conosciuto da noi, prima, appunto, del grande successo di Regina Rossa, primo capitolo di una trilogia che comprende anche Lupa Nera e Re Bianco. La prima stagione della serie è composta da 7 episodi e segue una coppia di investigatori—Antonia Scott e Jon Gutiérrez—abbastanza surreale, insieme per risolvere una serie di crimini efferati che sconvolgono il mondo dell’élite economica e sociale del paese.

Antonia Scott (interpretata da Vicky Luengo) è descritta come la persona più intelligente del mondo, con un quoziente intellettivo altissimo, che ha deciso di isolarsi dal mondo dopo un grave trauma personale. Scopriamo quasi subito che Antonia fa parte di un reparto speciale della polizia.

Jon Gutiérrez, (Hovik Keuchkerian, conosciuto in Italia per il ruolo di Bogotà in La casa di carta) è un ispettore di polizia basco, omosessuale, sospeso per aver piazzato della cocaina nella macchina di un protettore. A guidare i due investigatori (anche se spesso sembra che tiri i fili delle loro esistenze) c’è Mentor (Àlex Brendemühl). Sarà lui ad avvicinare Jon che, in cambio della risoluzione di ogni problema legata alla sua sospensione, dovrà convincere Antonia a ritornare al lavoro.

Antonia e Jon devono quindi indagare su omicidi ritualistici e rapimenti collegati, in una corsa contro il tempo che mescola elementi psicologici, thriller e investigativi.

La serie segue abbastanza fedelmente la narrazione del libro, sia per quanto riguarda la descrizione dei protagonisti che per la risoluzione del caso. Il punto di forza della narrazione è sicuramente la coppia di protagonisti. Antonia sembra fuori dal mondo, nonostante la sua immensa intelligenza, mentre Jon, è descritto come cavaliere pronto a difendere la sua compagna, un uomo grande e grosso, ma dal cuore tenero (interessante il rapporto che ha con la madre), ma anche un fine investigatore quando deve dimostrarlo. Soprattutto entrambi hanno un passato ingombrante che li perseguita.

È in preparazione anche la seconda stagione, prevista nel corso del 2026, questa volta tratta dal secondo libro della trilogia, Lupa Nera.

giovedì 26 febbraio 2026

 Serial Killer


Richard Speck


 

È la notte tra il 13 e il 14 luglio del 1966. Siamo a Chicago. Un uomo si presenta al 2319 di E. 100th Street. Ha in mano una pistola. Bussa alla porta a quello che è un dormitorio per infermiere del South Chicago Community Hospital. Minaccia la ragazza che viene ad aprire la porta e si introduce nell’appartamento. Quello che accadde nelle ore successive sarà uno dei crimini più efferati della storia degli Stati Uniti, un crimine che ha segnato profondamente quella città. L’uomo lega le 9 ragazze presenti nella casa. Poi le violenta e le uccide. Una brutalità spietata.

Si salverà solo Corazon Amurao, 23 anni. Si nasconde sotto il suo letto fino alle prime luci dell’alba e sfugge all’assassino che probabilmente aveva perso il conto delle ragazze presenti nella casa. Corazon Amurao alle 6 del mattino esce dal suo nascondiglio. L’uomo era andato via. Va dalla polizia e racconta della notte appena passata.  Tra le cose che racconta, dice che l’omicida aveva un tatuaggio sul breccio con la scritta “Born to Raise Hell” (Nato per scatenare l'inferno). Inizia la caccia all’uomo.

Qualche giorno dopo viene arrestato Richard Speck. Speck aveva tentato il suicidio ed il medico che lo aveva soccorso aveva notato il tatuaggio “Born to Raise Hell”.

 

Ma chi era Richard Speck?

Richard Benjamin Speck nasce a Kirkwood, Illinois, il 6 dicembre 1941. Figlio di Benjamin Franklin Speck e Mary Margaret Carbaugh Speck, settimo di otto figli, sicuramente la sua era una famiglia con non pochi problemi economici. Il padre lavorava come imballatore presso la Western Stoneware di Monmouth, ma l’uomo morì nel 1947 per un infarto. Richard era molto legato al padre e questo evento sicuramente lo traumatizzò. Pochi anni dopo, nel 1950, la madre si sposa con Carl August Rudolph Lindberg (un uomo violento e con un grave problema con l’alcol) e la famiglia si sposta in Texas. Ma questa nuova vita con il patrigno è molto problematica. La famiglia, infatti, si traferisce di continuo (sembra una decina di indirizzi diversi in poco più di 12 anni), per di più Lindberg, il patrigno, trattava male il giovane Richard.

Richard a 12 anni inizia a fare uso di alcol, a 16 ha già lasciato la scuola e si avvia ad un futuro da criminale con vari arresti per reati minori. A 21 anni ha la sua prima condanna per furto, frode (incassa un assegno non suo) e rapina. Condannato a tre anni scontò solo 16 mesi in carcere uscendo in libertà condizionata.

Uscito dal carcere però continua ad avere problemi con la giustizia e il 6 marzo 1966 rapina un nuovo negozio. Ma poi fugge in Illinois e torna a Monmouth, sua città natale.

 

Ci sono almeno due episodi nei mesi successivi il suo ritorno a Monmouth che destano preoccupazione. Il 3 aprile Virgil Harris venne aggredita nel suo appartamento, venne legata e violentata, e l’aggressore fuggì con la refurtiva. Il 13 aprile fu ritrovato il cadavere di Mary Kay Pierce. La donna, una cameriera che lavorava nel bar frequentato proprio da Richard, era sparita qualche giorno prima. La polizia sospettò di lui, ma Richard fuggì a Chicago prima di essere arrestato. Quando la polizia perquisì l’appartamento di Richard trovarono la refurtiva della rapina a Virgil Harris.

Qualche mese più tardi, a luglio, come abbiamo detto, i fatti che hanno portato alla morte delle 8 infermiere.

 

Il processo inizia il 3 aprile 1967 a Peoria, Illinois. Contro Richard ci sono già una serie di indizi ma buona parte della strategia dell’accusa si basa sulla testimonianza di Corazon Amurao. Durante il processo, quando la ragazza venne chiamata a testimoniare su quella notte, indicò Richard Speck come l’autore dei delitti.

Fu un processo velocissimo, tanto che il 15 aprile successivo la giuria emise la sentenza di condanna. La giuria aveva discusso appena 49 minuti di camera di consiglio. Il 5 giugno 1967, il giudice Herbert J. Paschen condannò Speck alla sedia elettrica, condanna confermata il 22 novembre 1968 dalla Corte Suprema dell'Illinois.

Quando, nel 1972, Corte Suprema però deliberò sull’incostituzionalità della pena di morte, la condanna di Speck venne commutato in ergastolo.

Speck muore in carcere il 5 dicembre 1991 (vigilia del suo cinquantesimo compleanno), stroncato da un infarto, come il padre.