giovedì 12 marzo 2026

 

Sotto mentite spoglie

 


 

Sotto mentite spoglie è il settimo romanzo che vede come protagonista il vicequestore della questura di Aosta Rocco Schiavone, creato da Antonio Manzini.

I libri di Manzini su Schiavone sono tanti capitoli della vita di Schiavone. Quindi il romanzo parte proprio da dove avevamo lasciato il Vicequestore e la sua squadra in Il passato è un morto senza cadavere.

Sandra Buccellato era stata rapita dalla sorella e salvata da Schiavone, trovandola però in pessime condizioni. Ed è da lì che parte questo nuovo giallo di Manzini. Sandra è ancora ricoverata e sta concludendo la fisioterapia, forse l’unica nota positiva per Rocco che sta per affrontare un nuovo Natale su ad Aosta, uno dei periodi peggiori per il poliziotto, anche per la presenza, nelle strade della città, di cori che intonano canti natalizi. 

A questo si aggiungono due, anzi, tre casi.

Prima la rapina in una banca, che porterà Schiavone nel ridicolo, anche dopo aver concluso le indagini ed assicurato i malviventi alla giustizia. Ma il tempo di godersi la vittoria e viene ritrovato un corpo senza nome nel lago. Iniziano subito le indagini per capire chi è e perché è stato ucciso, ma nello stesso tempo un chimico di un’importante casa farmaceutica sparisce nel nulla. Per Schiavone non ci sono dubbi sulla priorità dei casi da seguire: per lui il caso importante è l’omicidio, ma il questore, che deve dar conto anche alla politica, insiste per la ricerca del chimico. Questo, infatti, lavora per un’importante azienda che sta per mettere sul mercato un nuovo prodotto frutto di anni di ricerca, e la mancanza del lancio della nuova medicina porterebbe a dei danni economici enormi.

Così Schiavone deve portare avanti le 2 indagini parallelamente, con gli uomini contati (per altro con evidenti limiti come il solito D’Intino) e con l’aiuto esterno di Caterina (spesso prestata dalla sezione in cui lavora, quello contro la violenza sulle donne). Una grossa mano arriverà dai suoi amici romani. Furio e Brizio sentono la mancanza del loro amico relegato ad Aosta e decidono quindi di andare su per Natale, e daranno un grosso contributo alle indagini.  

E, come spesso accade con Manzini, le indagini di Schiavone sono anche la scusa per approfondire tutti i personaggi creati da Mazini, a partire dallo stesso Schiavone. In questo capitolo, infatti, Rocco appare più fragile, soprattutto nel suo rapporto con Sandra. Come ogni personaggio seriale, i personaggi ricorrenti devono crescere con il passare del tempo per dare sempre più corpo alle storie. Vediamo quindi le pene d’amore di D’Intino, i dubbi di Scipioni, l’evoluzione della nuova famiglia di Casella, il matrimonio di Fumagalli e la Gambino.

Anche in questo caso poi, il romanzo non ha un vero finale. Certo, tutte le indagini sono finite ed hanno una conclusione, ma si ha sempre la sensazione che la narrazione sia quasi troncata, aspettando il prossimo capitolo della vita di Rocco.

mercoledì 11 marzo 2026

 

Kay Scarpetta




Nel 1990 la giornalista statunitense Patricia Cornwell pubblica il romanzo Postmortem dando vita al personaggio del medico legale Kay Scarpetta. In questo primo romanzo Scarpetta, che sappiamo essere nata a Miami nel 1956 (come la Cornwell), è un medico legale con specializzazione in patologia forense e assume l'incarico di direttrice dell'istituto di medicina legale della Virginia, oltre ad essere direttrice del National Forensic Academy di Hollywood in Florida. Con questo personaggio si cambia la prospettiva dell’indagine investigativa dando un peso maggiore alla parte scientifica dell’investigazione. Il lettore si abituerà a frequentare non solo le aule dei tribunali o i corridoi delle stazioni di polizia, ma anche obitori, laboratori della scientifica, oltra ad avere un altro tipo di approccio verso le scene del crimine. Come nella vita reale, oltre a smontare alibi e trovare moventi, gli investigatori (e quindi i lettori) devono prendere dimestichezza con DNA e impronte digitali.

Cornwell descrive Scarpetta come una donna brillante e ambiziosa, che si muove in ambienti dominati storicamente da uomini (siamo a metà degli anni 90). La sua competenza scientifica è la sua arma principale: attraverso autopsie, analisi balistiche e studio delle tracce biologiche, ricostruisce la verità nascosta dietro morti apparentemente inspiegabili.

Naturalmente, diventando seriale, la Cornwell ha bisogno di personaggi comprimari di altro livello che aiutano Scarpetta. Pete Marino è un Detective rude ma leale e lavora assiduamente con Scarpetta, il loro rapporto è spesso conflittuale ma basato su rispetto reciproco. Benton Wesley non solo è uno Psicologo dell’FBI ma anche un grande amore della vita di Scarpetta. E poi c’è Lucy Farinelli, nipote geniale e problematica, esperta di tecnologia e investigazioni informatiche.

Kay Scarpetta è presente in quasi trenta romanzi (l’ultimo uscito per Mondadori nel novembre del 2025 è Taglio Letale).  Una lunga carriera che la fa passare per crisi professionali, trasferimenti, scandali politici e attacchi personali. La Cornwell cerca sempre di umanizzarla: Scarpetta è una donna che dubita, soffre, commette errori.

Sono tutti ingredienti che ne fanno un personaggio complessissimo e non poteva mancare la sua trasposizione sul piccolo schermo.

Ci ha pensato Prima. Dall’11 marzo sarà disponibile su Prime Video Scarpetta.  Ad interpretare la protagonista Nicole Kidman. Con lei Jamie Lee Curtis (che interpreta la sorella di Scarpetta), Bobby Cannavale (il detective Pete Marino), Simon Baker (Benton Wesley) e Ariana DeBose (la nipote di Kay). Lo sviluppo della serie e la sceneggiatura sono stati affidati a Liz Sarnoff (tra i sceneggiatori di Lost).

Nella serie Scarpetta deve fare i conti con il suo passato. 28 anni prima aveva portato a termine un caso che ora sembra tornare. E lei ha una seconda occasione per scoprire la verità

martedì 10 marzo 2026

 In libreria

L'ultimo turno

Chris Pavone



 

Chicky Diaz è il portiere più amato del Bohemia, il palazzo più prestigioso dell’Upper West Side, dimora di celebrità, finanzieri e dell’élite culturale di New York. Nel suo lussuoso attico, l’appartamento 11C-D, Emily Longworth ha tutto quello che ha sempre desiderato. Peccato che odi profondamente suo marito, che detestava in silenzio già prima delle recenti rivelazioni sull’origine della sua immensa ricchezza. Ma il contratto prematrimoniale è inattaccabile e lei non ha ancora trovato la forza di lasciarlo. Al piano inferiore, nell’appartamento 2A, Julian Sonnenberg – critico d’arte di successo e uomo che ha vissuto per cinquant’anni una vita piena e cosmopolita – riceve una telefonata devastante. Una notizia che non fa che confermare la sua sensazione: quella di essere ormai irrimediabilmente out. Intanto, nei sotterranei del Bohemia, il personale del palazzo – quasi tutto afroamericano e ispanico – segue con inquietudine le notizie in tv: a pochi isolati di distanza, un nero è stato ucciso dalla polizia. La città sta esplodendo in proteste, scontri, violenze. Mentre si prepara per il suo turno serale, Chicky infrange una regola sacra del mestiere: stasera porterà con sé una pistola. Perché lui sa che, proprio davanti all’ingresso sontuoso e all’apparenza inespugnabile del palazzo, si sta giocando qualcosa di più grande. Stanotte, nemici si scontreranno, lealtà verranno messe alla prova, segreti svelati – e vite spezzate. In un affresco inedito e feroce della New York di oggi, Chris Pavone scrive un giallo perfetto per i nostri tempi, dove suspense, critica sociale e ritmo narrativo si fondono senza soluzione di continuità.

lunedì 9 marzo 2026

 


inganno di troppo



 

Harlan Coben non è solo un autore particolarmente prolifero di thriller, ma sembra particolarmente apprezzato anche da molti produttori (inglesi e francesi in particolare), tanto che da moltissimi suoi libri sono nate fortunate miniserie e sulla piattaforma Netflix c’è una sezione dedicata alle produzioni tratte dai suoi lavori.

Tra queste, dal 1° gennaio 2024, è uscito Un inganno di troppo (Fool Me Once il titolo originale della serie, tratto dall’omonimo libro edito in Italia da Longanesi).

La vita di Maya Stern è sconvolta in pochi mesi. È un’ex soldatessa allontanata dall’esercito (durante la serie vediamo diversi flashback dove la troviamo pilotare un elicottero e sparare dei missili durante una battaglia). Prima perde la sorella, uccisa durante una rapina in casa. E poi il suo amato marito, Joe, ucciso da dei rapinatori nel parco mentre passeggiavano.

Ma mentre si sta riprendendo da questi lutti vede il marito apparire in un baby monitor. Maya è comprensibilmente sconvolta. Parte da qui un’indagine parallela a quella della polizia per capire cose sia successo al marito, capire se quello che aveva visto era solo la sua immaginazione, se il marito fosse realmente morto. Per altro la registrazione della telecamera è stata fatta sparire dalla baby sitter che nega tutto. E insieme alla ricerca del marito anche scoprire chi avesse ucciso la sorella. Ma in tutto questo c’è anche un’indagine ufficiale della polizia, affidata al detective Sami Kierce, un poliziotto non più giovanissimo e, soprattutto, malato (in una delle prime scene lo vediamo perdere improvvisamente i sensi mentre era al volante). Maya poi deve scavare anche nei segreti della famiglia del marito. Joe, infatti, appartiene ad una ricca e potente famiglia inglese, proprietari di una grande azienda farmaceutica a cui capo c’è proprio la madre di Joe.

La serie, 8 puntate in tutto, con una media di 50 minuti a puntata (tranne l’ultima di soli 35 minuti) è scritta per tenerti con il fiato sospeso fino alla fine, strutturata con il cliffhanger (espediente narrativo che interrompe bruscamente una scena in un momento di alta tensione o colpo di scena rimandando la fine della scena alla puntata successiva).

I personaggi sono ben descritti e hanno una grande profondità, il rapporto tra Maya e la suocera, o per meglio dire, il loro conflitto, è ben descritto tanto che la protagonista sembra sempre sul punto di crollare (si gioca molto sulla possibilità che lei sia una donna instabile, segnata dalla guerra e finita con la morte della sorella prima e del marito dopo, mentre la suocera, si capisce, è una psicologa). Per altro non rimangono domande sospese, ma ogni mistero viene svelato alla fine (un bel finale inaspettato) e tutto si tiene insieme. Soprattutto la serie punta a un colpo di scena finale forte che chiude tutte le linee narrative senza lasciare buchi.

 

sabato 7 marzo 2026

 True Crime


William Henry Bury




William Henry Bury nasce il 25 maggio del 1859 a Staffordshire, in Inghilterra. Alcuni hanno addirittura provato a sostenere che sia lui il famigerato Jack lo squartatore. La cosa che sappiamo con certezza è che lo squartatore aveva ucciso le sue vittime nel 1888 e Bury verrà impiccato, per aver ucciso la moglie, nel 1889, ma, come vedremo, ci saranno altre somiglianze.

Il 10 aprile 1860 il padre, Henry Bury, morì in seguito ad un incidete mentre lavorava. La madre, probabilmente già depressa, venne ricoverata al Worcester County Pauper and Lunatic Asylum pochi mesi dopo, il 7 maggio 1860, e in questa struttura rimase fino alla sua morte, il 30 marzo 1864.

Senza più il padre e con la madre ricoverata in ospedale, William si trasferisce a Dudley, da uno zio materno, ma nel 1871 torna nel suo paese natale, quando venne iscritto alla Blue Coat, una scuola di beneficenza.

A sedici anni iniziò a lavorare, ma mai con stabilità. Prima un magazzino a Wolverhampton (una ventina di chilometri da Birmingham) e poi, nella stessa città. per un produttore di serrature da dove venne però licenziato per furto tra il 1884 e il 1885. Si sa poi che nel 1887 faceva il venditore ambulante a Birmingham. Ma le notizie sono scaerse.

Anche a Birmingham ebbe poca fortuna. Così decise di trasferirsi a Londra, dove arrivò nell’ottobre del 1887. Qui incontrò Ellen Elliot. William aveva conosciuto Ellen grazie a James Martin, per il quale lavoravano entrambi (Ellen come domestica e, probabilmente, prostituta).

Nel marzo 1888, Ellen e William vanno a vivere insieme e il 2 aprile 1888 si sposano, presso la chiesa parrocchiale di Bromley.

Bury viene descritto come un ubriacone violento, e più di una volta era stato colto nel minacciare la moglie, come il 7 aprile 1888, solo 5 giorni dopo il matrimonio, quando la padrona di casa, la signora Haynes sorprese Bury mentre minacciava con un coltello di tagliarle la gola. La coppia restò a Londra fino all’inizio dell’anno successivo, quando si trasferirono a Dundee in Scozia.

Il 10 febbraio Bury entra nella stazione di polizia di Dundee per denunciare il suicidio di sua moglie. La deposizione venne raccolta dal tenente James Parr. Secondo la testimonianza che Bury rilascia alle forze dell’ordine, la coppia avevano bevuto molto la notte prima e lui si era addormentato. Ma al suo risveglio, la mattina seguente, aveva trovato il corpo di sua moglie sul pavimento con una corda intorno al collo. Qui Bury dice di essere entrato nel panico e invece di chiamare un medico, aveva invece tagliato il corpo della donna e lo aveva nascosto in una cassa.

 

Parr era rimasto colpito dal racconto e portò Bury dal capo del dipartimento investigativo della stazione, il tenente David Lamb.  A quel punto Bury fu perquisito e venne trovato un piccolo coltello, un libretto di risparmio, la chiave di casa e alcuni gioielli della donna. Tutto fu confiscato in attesa delle indagini. Poi i poliziotti si recarono a casa di Bury dove, effettivamente, trovarono i resti mutilati di Ellen stipati in una cassa.

Dopo aver scoperto il cadavere della donna, Lamb tornò alla stazione di polizia e accusò William dell'omicidio della moglie.

L’autopsia fu eseguita da una equipe di cinque medici e conclusero che Ellen era stata strangolata e il suo assalitore era arrivato alle sue spalle. La sua gamba destra era rotta in due punti in modo da poter essere stipata nella cassa. Il corpo presentava ferite da arma da taglio.

Il capo della polizia inviò tutte le informazioni raccolte alla polizia metropolitana di Londra. Nel documento il capo della polizia descriveva nel dettaglio l’omicidio, soffermandosi in particolare sui dettagli della mutilazione della donna. Le informazioni, in particolare, erano per i poliziotti che stava investigando sui crimini di Jack lo Squartatore. Gli investigatori, pur non considerando Bury un sospettato credibile, vollero approfondire e in particolare l'ispettore Frederick Abberline interrogò alcuni testimoni a Whitechapel collegati allo stesso Bury,

Il 18 marzo 1889, Bury fu accusato dell'omicidio della moglie e si dichiarò non colpevole. Il processo si tenne davanti l'Alta Corte di Giustizia il 28 marzo. L'udienza durò 13 ore. Tra i testimoni dell'accusa c'erano la sorella di Ellen, Margaret Corney, l'ex datore di lavoro di William, James Martin, la padrona di casa londinese dei Bury, Elizabeth Haynes, il compagno di bevute di William, David Walker, il tenente Lamb e i dottori Templeman e Littlejohn che avevano fatto l’autopsia. La difesa basava la sua strategia sulla testimonianza del dottor Lennox, uno dei 5 medici che aveva fatto l’autopsia ma che era in disaccordo con gli altri medici. In particolare, secondo Lennox Ellen si era strangolata. Alle 22:05 il processo terminò e la giuria si ritirò per deliverare. Alle 22:40, tornarono con un verdetto unanime di colpevolezza e il giudice, Lord Young, emise la condanna a morte.

Bury venne impiccato il 24 aprile 1889.

Fu l'ultima esecuzione tenutasi a Dundee.

 



giovedì 5 marzo 2026

 The Rip - Soldi sporchi





Nel 2022 Ben Affleck e Matt Damon danno vita alla casa di produzione Artists Equity. Ma i due non sono solo colleghi e soci in affari, la loro è una lunghissima amicizia, nata da giovani a Boston, e spesso, si sono trovati a lavorare insieme. L’ultimo lavoro fatto insieme era stato Air - La storia del grande salto (uscito a 2023), che racconta la storia del sodalizio tra la Niky e Michael Jordan. In quel film Affleck firmava anche la regia. Ben Affleck e Matt Damon, con la Artists Equity, firmano anche un contratto di collaborazione con Netflix per la produzione di una serie di film.

Tra i primi prodotti di questa collaborazione The Rip, un film che riunisce sul set Ben Affleck e Matt Damon. Il film è disponibile dallo scorso gennaio sulla piattaforma Netflix (in italiano è stato tradotto con Soldi sporchi, invece che Lo strappo). La regia è di Joe Carnahan (The A-Team). The Rip si apre con la morte del capitano Jackie Velez della polizia di Miami ad opera di due killer. Per gli investigatori che indagano c’è il sospetto che l’omicidio sia maturato all’interno della polizia stessa. Non solo, c’è anche il sospetto che, all’interno delle forze dell’ordine, ci sia una squadra che vada in giro a rapinare gli spacciatori. È in questo clima teso che al tenente della Tactical Narcotics Team (TNT), Dane Dumars (Damon) arriva la segnalazione di una casa con all’interno i proventi della vendita di droga. Ma durante il raid notturno nella casa Dumars con il sergente J.D. Byrne (Affleck) e la sua squadra, scopre un bottino inaspettato: infatti nella casa non c’era qualche centinaio di migliaia di dollari ma barili pieni di contante, 24 milioni di dollari.

Quello che doveva essere un banale sequestro diventa un incubo: tra sospetti di tradimento, cartelli messicani alle calcagna che rivogliono i soldi e l'ombra del passato che riemerge, i poliziotti iniziano a dubitare l'uno dell'altro.

Il punto di forza del film non è l'azione né la trama, ma il rapporto tra i due protagonisti. La loro intesa è sempre fantastica. Ben Affleck e Matt Damon danno vita a due personaggi complessi, Demon più cauto e ligio al dovere mentre Affleck più impulsivo. I vari scontri dialettici durante il film fanno aumentare la tensione della narrazione. Lo spettatore dubita di tutti. E poi c’è tutta la squadra che irrompe nella casa vede nei soldi la soluzione per tutti i loro problemi, tutti risultano ambigui.

"The Rip" non è un capolavoro rivoluzionario, ma è un thriller che vale la pena vedere per apprezzare una buona regia e un cast affiatato.

mercoledì 4 marzo 2026

 Serial Killer 

Donato Bilancia


 

“Andrò all’inferno, ma prego Dio che mi dia un istante per passare da loro a chiedere scusa”. Sono le parole che uno dei serial killer più prolifici in Italia, Donato Bilancia, diceva a Don Marco Pozza, il cappellano del carcere Due Palazzi di Padova dove Bilancia era rinchiuso, condannato a scontare 13 ergastoli e 28 anni di carcere per l’omicidio di 17 persone.

 

Ma chi era Donato Bilancia?

Donato nasce a Potenza nel luglio del 1951, ma rimane poco in Basilicata. Con il padre Rocco e la mamma Anna Mazzaturo, si trasferisce prima in provincia di Salerno e poi in Piemonte e nel 1956 arriva a Genova. Le notizie della sua infanzia sono scarse. Si pensa che sia cresciuto in un ambiente degradato e poco sereno e non arriva a completare le scuole medie. Lasciata la scuola si avvicina al mondo criminale e ben presto ha i primi guai con la giustizia come nel 1972 quando viene arrestato per il furto di un camion. È l’inizio della sua carriera di criminale collezionando diverse denunce (verrà fermato per porto abusivo d’armi, rapina e tentato sequestro). In questo periodo inizia anche a frequentare le bische clandestine. Nell’ambiente usava il nome di Walter perché per lui il nome Donato rimarcava troppo le sue origini meridionali.

Nel 1987 un evento traumatico lo segna in maniera importante. Il 20 marzo 1987 il fratello di suicida gettandosi, con il figlio tra le braccia, sotto un treno. Donato aveva un ottimo rapporto con il fratello e questo evento sicuramente lo segna. Va anche detto che Donato Bilancia attribuiva la responsabilità del suicidio del fratello alla cognata, disprezzando ancora di più le donne. Poco dopo si registrano alcuni episodi di violenza contro le donne, (nel 1990, per esempio, si registra la denuncia per percosse di una prostituta). Nello stesso anno, a seguito di un incidente stradale, rimase in coma due giorni.

Non è da escludere che anche questo trauma possa aver influito sulla psiche di quello che diventerà uno dei più proliferi serial killer italiani.



Gli omicidi

Fn da giovane Donato Bilancia era solito frequentare bische clandestine dove si giocava i soldi delle rapine (anche se aveva iniziato a perdere molto). Ed è proprio all’interno del mondo delle bische che matura i suoi primi omicidi.

Siamo nell’ottobre del 1997. Bilancia frequenta una bisca gestita da Giorgio Centanaro. Qui, una sera, Bilancia sente lo stesso Centanaro parlare con Maurizio Parenti, i due sembra che prendano in giro Bilancia, forse lo hanno truffato. Lo chiamano “pollo”. Qualcosa scatta nella testa di Bilancia, l’affronto è troppo grande.

Nella notte del 16 ottobre del 1997 Bilancia entra nella casa di Centanaro, lo imbavaglia, probabilmente con un nastro adesivo, e lo soffoca, poi pulisce la scena. Gli inquirenti pensano che Centanaro sia morte per cause naturali e quindi il caso viene archiviato, Bilancia se ne prenderà il merito solo dopo il suo arresto.

Passa poco più di una settimana e il 24 ottobre Bilancia completa la sua vendetta. Intercetta Maurizio Parenti sotto casa e, minacciandolo con una pistola, lo obbliga a portarlo su, dove è presente la moglie di Parenti, Carla Scotto. Nell’appartamento lega i due coniugi e li uccide con una pistola Smith & Wesson, e ruberà anche 13 milioni di lire e alcuni orologi di valore.

Pochi giorni dopo Bilancia torna a colpire. È il 27 ottobre. Siamo nel quartiere Marassi di Genova. Bilancia si introduce nell’appartamento di Bruno Solari e Maria Luigia Pitto, una coppia di orefici in pensione, uccidendoli con dei colpi di pistola.

Il 13 novembre il killer va in “trasferta”. Bilancia continua ad avere bisogno di soldi (la sua difficoltà è principalmente legata alle perdite nelle bische clandestine che continua a frequentare). Decide di prendere d’assalto l’ufficio di un cambiavalute, uccide il titolare (Luciano Marro) e ruba ben 45 milioni.

Il 25 gennaio 1998 c’è una nuova vittima, il metronotte Giangiorgio Canu. Ma se nei precedenti omicidi il movente è quello dei soldi, questa volta no. Sembra infatti che Bilancia abbia scelto di uccidere Canu semplicemente perché era un metronotte e dopo alcuni giorni di appostamento lo abbia scelto perché faceva un giro in solitaria.

Dopo la morte del metronotte c’è un relativo periodo di inattività del killer di una quarantina di giorni. In questo periodo Bilancia aveva continuato a frequentare le bische, ma aveva iniziato ad andare al vicino casinò di Sanremo.

Il 9 marzo 1998 carica sulla sua auto Stela Truya, una prostituta albanese, e con lei va verso Varazze, una località marittima sulla costa genovese. Qui i due vanno verso la spieggia. Le spara alla nuca e la ragazza muore sul colpo. Non sembra che ci siano segno di violenza sessuale nei confronti della ragazza.

Questo omicidio segna un cambiamento totale per Bilancia che fino a quel momento aveva ucciso principalmente per soldi.

Il 18 marzo è la volta di Ljudmyla Zubskova, una ragazza di origine ucraina, anche lei una prostituta. La ragazza era stata caricata ad Albenga. Ma a differenza di Stela, questa volta sembra che abbia avuto un rapporto orale con lei. Decide anche di far sparire la borsetta della ragazza. 

Due giorni dopo uccide Enzo Gorni (è la sua decima vittima). Gorni è un cambiavalute di Ventimiglia. Il 20 marzo Bilancia si apposta presso l’ufficio e appena ha l’occasione entra puntando la pistola contro l’uomo per rapinarlo. Ma dopo aver preso il bottino lo uccide.

Il 24 marzo si apparta con July Castro, una prostituta transessuale, nei pressi di Novi Ligure, a bordo della sua Mercedes. La macchina era già stata notata da alcuni testimoni, alcune “colleghe” di Stela, infatti, avevano raccontato agli investigatori che la loro compagna era salita appunto su una Mercedes nera. Mentre era in macchina, July aveva iniziato a spogliarsi, ma aveva notato una pistola nascosta nel soprabito di Bilancia. Si era preoccupata e aveva deciso di fuggire da quell’uomo, era nata una colluttazione dentro la macchina. In quel momento erano giunti due metronotte e avevano chiesto cosa stesse succedendo. Bilancia aveva fatto fuoco, probabilmente per paura di essere segnalato alla centrale operativa. Persero la vita Candido Randò e Massimiliano Gualillo. July aveva colto l’occasione per fuggire, ma Bilancia le andò dietro e la braccò. Ne nacque una seconda colluttazione e questa volta Bilancia sparò alla prostituta che riportò una ferita all’addome. Probabilmente il killer aveva pensato che il colpo avesse ucciso Castro e lasciò la scena del crimine. Ma July si salvò.

Ora c’era un testimone.

Castro dichiarò agli inquirenti che la persona che aveva ucciso i due metronotte “Era vestito con giacca e cravatta, pantaloni eleganti e un soprabito scuro con il bavero rialzato. Era molto taciturno, e sul piano fisico un po’ robusto. Aveva i capelli brizzolati, un’età di circa 50-55 anni e un inconsueto timbro di voce, molto rauco e profondo”.

July, con l’aiuto di un disegnatore, aveva fatto un identikit del killer.

A questo punto partono le indagini. Ma Bilancia non si ferma.

Il 29 marzo uccide Tessy Adodo, una prostituta nigeriana. Anche in questo caso aveva portato la ragazza in un luogo appartato, l’aveva fatta scendere dall’auto e finita sparandole alla nuca. Gli inquirenti iniziavano, a questo punto, a unire i puntini, ipotizzando un’unica mano dietro tutti questi delitti delle prostitute. L’esame della balistica aveva poi confermato che era stata usata la stessa arma per tutte le donne uccise negli ultimi mesi.

Poi qualcosa cambia improvvisamente.

Per chi ha un minimo di conoscenza di serial killer (ma basta una passione per alcune serie in TV) sa benissimo che la “firma” del killer è fondamentale per capire chi è l’assassino. Il famoso modus operandi aiuta, e non poco, le forze dell’ordine nelle indagini. La scelta di un determinato tipo di vittima, come il modo di uccidere, sono elementi indispensabili per catturare il criminale.

Come dicevamo, però, qualcosa cambia.

È il 12 aprile 1998. Donato Bilancia sale su un treno, l’intercity La Spezia – Venezia. Qui rimane seduto per diverso tempo alla ricerca della sua vittima. Ad un certo punto Elisabetta Zoppetti, si alza dal suo posto per andare in bagno. Bilancia la segue, aspetta che entri nel bagno e che la ragazza chiuda la porta. Bilancia aveva con sé una chiava quadrata con cui riesce ad aprire la serratura. Spalanca la porta, butta sulla testa della vittima la giacca, un modo per disorientarla, e le spara. Scende dal treno poco dopo, a Voghera, per prendere un treno nella direzione opposta.

Un paio di giorni dopo, il 14, ancora una prostituta, la macedone Kristina Valla. Si apparta nella sua macchina sulla strada tra Albenga e Ceriale. Con lei ha un rapporto sessuale, poi la fa scendere e le spara in testa.

Gli inquirenti sono in difficoltà, tanto che a metà aprile vengono arresati 2 cittadini albanesi accusati di essere i responsabili degli omicidi.

Il 18 aprile prende ancora il treno. Questa volta il diretto 2888 Genova-Ventimiglia. Qui individua Maria Angela Rubino, una giovane ragazza di soli 29 anni. Aspetta che Maria Angela vada in bagno. Poi la segue, apre la porta, la fa inginocchiare e, dopo averle coperto la testa, le spara alla nuca. Ma commette un errore. Forse determinante. Dopo averla uccisa si masturba sul cadavere della vittima e si pulisce sui vestiti di Maria Angela. Ora gli inquirenti hanno il DNA dell’assassino. Ma non solo. Ora le indagini puntano al serial killer, come si legge su un articolo del Manifesto del 20 aprile.  

 

L’arresto

17 omicidi in pochi mesi. Ma come è stato individuato Bilancia? Fino a qui sappiamo che gli inquirenti erano riusciti a capire, grazie all’esame balistico, che era stata un’unica pistola per gli omicidi. E sappiamo anche che gli inquirenti avevano il profilo genetico di Bilancia (lo sperma ritrovato sui vestiti di Maria Angela Rubino, ma anche alcuni mozziconi di sigaretta trovati su alcune scene del crimine). Avevano anche l’identikit di Bilancia fornito da Castro, il transessuale che si era salvato. In verità avevano anche un altro elemento (anche questo fornito da Castro): il killer usava una Mercedes nera. Bilancia aveva comprato la Mercedes da Pino Monello, ma non aveva saldato tutto il debito, dando solo 5 dei 7 milioni di lire richiesti dal proprietario. Così non ci fu mai il passaggio di proprietà. Bilancia poi aveva commesso un altro, stupido, errore. Quando andava alla ricerca delle sue vittime e doveva entrare in autostrada, per non pagare, si accodava alla macchina davanti a lui per passare il casello. Così erano arrivate a Pino Monello, ancora formalmente proprietario della vettura, una serie di multe per quella violazione. Aveva quindi deciso, su consiglio del suo avvocato, di parlare con i carabinieri per spiegare che la vettura la usava Bilancia. Era il pezzo mancante che avrebbe consentito di individuare il serial killer.

Alcuni giorni dopo gli investigatori decidono di seguire Bilancia nei suoi spostamenti. Recuperano anche un campione di DNA da una tazzina che avevano recuperato in un bar. Gli esami confermavano che Bilancia aveva lo stesso profilo genetico del killer.

Fu catturato il 6 maggio, mentre usciva dell'Ospedale San Martino di Genova, dove si era recato per delle visite di controllo.  Nella perquisizione del suo appartamento venne ritrovata una pistola Smith & Wesson, la pistola che aveva usato per i delitti.

Pochi giorni dopo l’arresto, aveva deciso di rendere una piena confessione dei suoi delitti. E aveva iniziato raccontando dei due omicidi, quello di Giorgio Centanaro e di Mario Parenti, che, in assenza di prove, non erano stati attribuiti al killer (il primo, se ricordate, era passato addirittura per morte naturale).

Agli inquirenti confessò:

“Quando nella bisca ho colto la frase di Maurizio che diceva "hai visto che sono riuscito ad agganciare Walter" (così era chiamato Bilancia dagli amici), nella mia testa è successo un macello e ho subito pensato: questi qui ora li debbo uccidere ...sono sempre stato un lupo solitario, non mi sono mai iscritto a niente. Ma credevo nell'amicizia. Con quella frase pronunciata da Maurizio per l'ennesima volta mi sono sentito pugnalato alla schiena ...Mi dispiace solo di aver ucciso Carla. Centanaro invece è sempre stato un viscido e lo trattavo come tale. Questo è stato il motivo che ha fatto esplodere in me una cosa di incredibile violenza. Perché io ho sempre vissuto tranquillamente per quarantasette anni, poi qualcosa è successo da un momento all'altro, non è che uno si sveglia alla mattina e dice: "va bé, oggi mi cerco un'arma e vado ad ammazzare qui e là".

 

Il processo, la detenzione e la morte

Il 13 maggio 1999 inizia il processo presieduto da Loris Pirozzi, con Massimo Cusatti giudice a latere ed Enrico Zucca Pubblico Ministero. A Bilancia vengono contestati 26 capi d'imputazione (17 omicidi, due tentati omicidi, detenzione e ricettazione di arma da fuoco, sei rapine, porto d'armi abusivo, atti osceni e vilipendio di cadavere). La sentenza sarà emessa il 12 aprile del 2000 e venne condannato a 13 ergastoli per i 17 omicidi e a 16 anni di reclusione per il tentato omicidio di July Castro, con l’aggiunta di 3 anni di isolamento diurno. Verrà quindi trasferito, come abbiamo visto, alla prigione di Padova.

Bilancia morirà in carcere nel dicembre del 2020. Ad ucciderlo il Covid.