Serial Killer
Donato Bilancia
“Andrò
all’inferno, ma prego Dio che mi dia un istante per passare da loro a chiedere
scusa”. Sono le parole che uno dei serial killer più prolifici in Italia,
Donato Bilancia, diceva a Don Marco Pozza, il cappellano del carcere Due
Palazzi di Padova dove Bilancia era rinchiuso, condannato a scontare 13
ergastoli e 28 anni di carcere per l’omicidio di 17 persone.
Ma chi era Donato
Bilancia?
Donato nasce a Potenza nel luglio del 1951, ma rimane poco in Basilicata. Con il padre Rocco e la mamma Anna Mazzaturo, si trasferisce prima in provincia di Salerno e poi in Piemonte e nel 1956 arriva a Genova. Le notizie della sua infanzia sono scarse. Si pensa che sia cresciuto in un ambiente degradato e poco sereno e non arriva a completare le scuole medie. Lasciata la scuola si avvicina al mondo criminale e ben presto ha i primi guai con la giustizia come nel 1972 quando viene arrestato per il furto di un camion. È l’inizio della sua carriera di criminale collezionando diverse denunce (verrà fermato per porto abusivo d’armi, rapina e tentato sequestro). In questo periodo inizia anche a frequentare le bische clandestine. Nell’ambiente usava il nome di Walter perché per lui il nome Donato rimarcava troppo le sue origini meridionali.
Nel
1987 un evento traumatico lo segna in maniera importante. Il 20 marzo 1987 il
fratello di suicida gettandosi, con il figlio tra le braccia, sotto un treno.
Donato aveva un ottimo rapporto con il fratello e questo evento sicuramente lo
segna. Va anche detto che Donato Bilancia attribuiva la responsabilità
del suicidio del fratello alla cognata, disprezzando ancora di più le donne. Poco
dopo si registrano alcuni episodi di violenza contro le donne, (nel 1990, per
esempio, si registra la denuncia per percosse di una prostituta). Nello stesso
anno, a seguito di un incidente stradale, rimase in coma due giorni.
Non
è da escludere che anche questo trauma possa aver influito sulla psiche di
quello che diventerà uno dei più proliferi serial killer italiani.
Gli omicidi
Fn da giovane Donato Bilancia era solito frequentare bische clandestine dove si giocava i soldi delle rapine (anche se aveva iniziato a perdere molto). Ed è proprio all’interno del mondo delle bische che matura i suoi primi omicidi.
Siamo
nell’ottobre del 1997. Bilancia frequenta una bisca gestita da Giorgio
Centanaro. Qui, una sera, Bilancia sente lo stesso Centanaro parlare con Maurizio
Parenti, i due sembra che prendano in giro Bilancia, forse lo hanno truffato.
Lo chiamano “pollo”. Qualcosa scatta nella testa di Bilancia, l’affronto è
troppo grande.
Nella
notte del 16 ottobre del 1997 Bilancia entra nella casa di Centanaro, lo
imbavaglia, probabilmente con un nastro adesivo, e lo soffoca, poi pulisce la
scena. Gli inquirenti pensano che Centanaro sia morte per cause naturali e
quindi il caso viene archiviato, Bilancia se ne prenderà il merito solo dopo il
suo arresto.
Passa
poco più di una settimana e il 24 ottobre Bilancia completa la sua vendetta.
Intercetta Maurizio Parenti sotto casa e, minacciandolo con una pistola, lo
obbliga a portarlo su, dove è presente la moglie di Parenti, Carla Scotto. Nell’appartamento
lega i due coniugi e li uccide con una pistola Smith & Wesson, e ruberà anche
13 milioni di lire e alcuni orologi di valore.
Pochi
giorni dopo Bilancia torna a colpire. È il 27 ottobre. Siamo nel quartiere
Marassi di Genova. Bilancia si introduce nell’appartamento di Bruno Solari e
Maria Luigia Pitto, una coppia di orefici in pensione, uccidendoli con dei
colpi di pistola.
Il
13 novembre il killer va in “trasferta”. Bilancia continua ad avere bisogno di
soldi (la sua difficoltà è principalmente legata alle perdite nelle bische
clandestine che continua a frequentare). Decide di prendere d’assalto l’ufficio
di un cambiavalute, uccide il titolare (Luciano Marro) e ruba ben 45 milioni.
Il
25 gennaio 1998 c’è una nuova vittima, il metronotte Giangiorgio Canu. Ma se
nei precedenti omicidi il movente è quello dei soldi, questa volta no. Sembra
infatti che Bilancia abbia scelto di uccidere Canu semplicemente perché era un
metronotte e dopo alcuni giorni di appostamento lo abbia scelto perché faceva
un giro in solitaria.
Dopo
la morte del metronotte c’è un relativo periodo di inattività del killer di una
quarantina di giorni. In questo periodo Bilancia aveva continuato a frequentare
le bische, ma aveva iniziato ad andare al vicino casinò di Sanremo.
Il
9 marzo 1998 carica sulla sua auto Stela Truya, una prostituta albanese, e con
lei va verso Varazze, una località marittima sulla costa genovese. Qui i due
vanno verso la spieggia. Le spara alla nuca e la ragazza muore sul colpo. Non
sembra che ci siano segno di violenza sessuale nei confronti della ragazza.
Questo
omicidio segna un cambiamento totale per Bilancia che fino a quel momento aveva
ucciso principalmente per soldi.
Il
18 marzo è la volta di Ljudmyla Zubskova, una ragazza di origine ucraina, anche
lei una prostituta. La ragazza era stata caricata ad Albenga. Ma a differenza di
Stela, questa volta sembra che abbia avuto un rapporto orale con lei. Decide
anche di far sparire la borsetta della ragazza.
Due
giorni dopo uccide Enzo Gorni (è la sua decima vittima). Gorni è un
cambiavalute di Ventimiglia. Il 20 marzo Bilancia si apposta presso l’ufficio e
appena ha l’occasione entra puntando la pistola contro l’uomo per rapinarlo. Ma
dopo aver preso il bottino lo uccide.
Il
24 marzo si apparta con July Castro, una prostituta transessuale, nei pressi di
Novi Ligure, a bordo della sua Mercedes. La macchina era già stata notata da
alcuni testimoni, alcune “colleghe” di Stela, infatti, avevano raccontato agli
investigatori che la loro compagna era salita appunto su una Mercedes nera. Mentre
era in macchina, July aveva iniziato a spogliarsi, ma aveva notato una pistola
nascosta nel soprabito di Bilancia. Si era preoccupata e aveva deciso di
fuggire da quell’uomo, era nata una colluttazione dentro la macchina. In quel
momento erano giunti due metronotte e avevano chiesto cosa stesse succedendo. Bilancia
aveva fatto fuoco, probabilmente per paura di essere segnalato alla centrale
operativa. Persero la vita Candido Randò e Massimiliano Gualillo. July aveva
colto l’occasione per fuggire, ma Bilancia le andò dietro e la braccò. Ne
nacque una seconda colluttazione e questa volta Bilancia sparò alla prostituta
che riportò una ferita all’addome. Probabilmente il killer aveva pensato che il
colpo avesse ucciso Castro e lasciò la scena del crimine. Ma July si salvò.
Ora
c’era un testimone.
Castro
dichiarò agli inquirenti che la persona che aveva ucciso i due metronotte “Era
vestito con giacca e cravatta, pantaloni eleganti e un soprabito scuro con il
bavero rialzato. Era molto taciturno, e sul piano fisico un po’ robusto. Aveva
i capelli brizzolati, un’età di circa 50-55 anni e un inconsueto timbro di
voce, molto rauco e profondo”.
July,
con l’aiuto di un disegnatore, aveva fatto un identikit del killer.
A
questo punto partono le indagini. Ma Bilancia non si ferma.
Il
29 marzo uccide Tessy Adodo, una prostituta nigeriana. Anche in questo caso
aveva portato la ragazza in un luogo appartato, l’aveva fatta scendere
dall’auto e finita sparandole alla nuca. Gli inquirenti iniziavano, a questo
punto, a unire i puntini, ipotizzando un’unica mano dietro tutti questi delitti
delle prostitute. L’esame della balistica aveva poi confermato che era stata usata
la stessa arma per tutte le donne uccise negli ultimi mesi.
Poi
qualcosa cambia improvvisamente.
Per
chi ha un minimo di conoscenza di serial killer (ma basta una passione per
alcune serie in TV) sa benissimo che la “firma” del killer è fondamentale per
capire chi è l’assassino. Il famoso modus operandi aiuta, e non poco, le forze
dell’ordine nelle indagini. La scelta di un determinato tipo di vittima, come
il modo di uccidere, sono elementi indispensabili per catturare il criminale.
Come
dicevamo, però, qualcosa cambia.
È
il 12 aprile 1998. Donato Bilancia sale su un treno, l’intercity La Spezia –
Venezia. Qui rimane seduto per diverso tempo alla ricerca della sua vittima. Ad
un certo punto Elisabetta Zoppetti, si alza dal suo posto per andare in bagno.
Bilancia la segue, aspetta che entri nel bagno e che la ragazza chiuda la
porta. Bilancia aveva con sé una chiava quadrata con cui riesce ad aprire la
serratura. Spalanca la porta, butta sulla testa della vittima la giacca, un
modo per disorientarla, e le spara. Scende dal treno poco dopo, a Voghera, per
prendere un treno nella direzione opposta.
Un
paio di giorni dopo, il 14, ancora una prostituta, la macedone Kristina Valla.
Si apparta nella sua macchina sulla strada tra Albenga e Ceriale. Con lei ha un
rapporto sessuale, poi la fa scendere e le spara in testa.
Gli
inquirenti sono in difficoltà, tanto che a metà aprile vengono arresati 2
cittadini albanesi accusati di essere i responsabili degli omicidi.
Il
18 aprile prende ancora il treno. Questa volta il diretto 2888
Genova-Ventimiglia. Qui individua Maria Angela Rubino, una giovane ragazza di
soli 29 anni. Aspetta che Maria Angela vada in bagno. Poi la segue, apre la
porta, la fa inginocchiare e, dopo averle coperto la testa, le spara alla nuca.
Ma commette un errore. Forse determinante. Dopo averla uccisa si masturba sul
cadavere della vittima e si pulisce sui vestiti di Maria Angela. Ora gli
inquirenti hanno il DNA dell’assassino. Ma non solo. Ora le indagini puntano al
serial killer, come si legge su un articolo del Manifesto del 20 aprile.
L’arresto
17
omicidi in pochi mesi. Ma come è stato individuato Bilancia? Fino a qui
sappiamo che gli inquirenti erano riusciti a capire, grazie all’esame
balistico, che era stata un’unica pistola per gli omicidi. E sappiamo anche che
gli inquirenti avevano il profilo genetico di Bilancia (lo sperma ritrovato sui
vestiti di Maria Angela Rubino, ma anche alcuni mozziconi di sigaretta trovati
su alcune scene del crimine). Avevano anche l’identikit di Bilancia fornito da
Castro, il transessuale che si era salvato. In verità avevano anche un altro
elemento (anche questo fornito da Castro): il killer usava una Mercedes nera.
Bilancia aveva comprato la Mercedes da Pino Monello, ma non aveva saldato tutto
il debito, dando solo 5 dei 7 milioni di lire richiesti dal proprietario. Così
non ci fu mai il passaggio di proprietà. Bilancia poi aveva commesso un altro,
stupido, errore. Quando andava alla ricerca delle sue vittime e doveva entrare
in autostrada, per non pagare, si accodava alla macchina davanti a lui per
passare il casello. Così erano arrivate a Pino Monello, ancora formalmente
proprietario della vettura, una serie di multe per quella violazione. Aveva
quindi deciso, su consiglio del suo avvocato, di parlare con i carabinieri per
spiegare che la vettura la usava Bilancia. Era il pezzo mancante che avrebbe
consentito di individuare il serial killer.
Alcuni
giorni dopo gli investigatori decidono di seguire Bilancia nei suoi
spostamenti. Recuperano anche un campione di DNA da una tazzina che avevano
recuperato in un bar. Gli esami confermavano che Bilancia aveva lo stesso
profilo genetico del killer.
Fu
catturato il 6 maggio, mentre usciva dell'Ospedale San Martino di Genova, dove
si era recato per delle visite di controllo.
Nella perquisizione del suo appartamento venne ritrovata una pistola Smith
& Wesson, la pistola che aveva usato per i delitti.
Pochi
giorni dopo l’arresto, aveva deciso di rendere una piena confessione dei suoi
delitti. E aveva iniziato raccontando dei due omicidi, quello di Giorgio
Centanaro e di Mario Parenti, che, in assenza di prove, non erano stati
attribuiti al killer (il primo, se ricordate, era passato addirittura per morte
naturale).
Agli
inquirenti confessò:
“Quando
nella bisca ho colto la frase di Maurizio che diceva "hai visto che sono
riuscito ad agganciare Walter" (così era chiamato Bilancia dagli amici),
nella mia testa è successo un macello e ho subito pensato: questi qui ora li
debbo uccidere ...sono sempre stato un lupo solitario, non mi sono mai iscritto
a niente. Ma credevo nell'amicizia. Con quella frase pronunciata da Maurizio
per l'ennesima volta mi sono sentito pugnalato alla schiena ...Mi dispiace solo
di aver ucciso Carla. Centanaro invece è sempre stato un viscido e lo trattavo
come tale. Questo è stato il motivo che ha fatto esplodere in me una cosa di
incredibile violenza. Perché io ho sempre vissuto tranquillamente per
quarantasette anni, poi qualcosa è successo da un momento all'altro, non è che
uno si sveglia alla mattina e dice: "va bé, oggi mi cerco un'arma e vado
ad ammazzare qui e là".
Il
processo, la detenzione e la morte
Il
13 maggio 1999 inizia il processo presieduto da Loris Pirozzi, con Massimo
Cusatti giudice a latere ed Enrico Zucca Pubblico Ministero. A Bilancia vengono
contestati 26 capi d'imputazione (17 omicidi, due tentati omicidi, detenzione e
ricettazione di arma da fuoco, sei rapine, porto d'armi abusivo, atti osceni e
vilipendio di cadavere). La sentenza sarà emessa il 12 aprile del 2000 e venne
condannato a 13 ergastoli per i 17 omicidi e a 16 anni di reclusione per il
tentato omicidio di July Castro, con l’aggiunta di 3 anni di isolamento diurno.
Verrà quindi trasferito, come abbiamo visto, alla prigione di Padova.
Bilancia
morirà in carcere nel dicembre del 2020. Ad ucciderlo il Covid.
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