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mercoledì 29 aprile 2026

 Serial Killer




Montie Ralph Rissell

 


“Montie Ralph Rissell, un diciottenne che aveva abbandonato gli studi superiori, si è dichiarato colpevole ieri dell'omicidio di quattro giovani donne di Alexandria, avvenuto tra l'agosto del 1976 e il marzo del 1977 in una zona boschiva vicino ai loro appartamenti lungo la Shirley Highway”. Questa notizia veniva diffusa il 23 settembre 1977 dal Washington Post.

Montie Ralph Rissell nasce a Wellington, in Kansas, il 28 novembre 1958. Qui vive con i suoi genitori, William L. Rissell e Roberta, fino all’età di 7 anni, quando il padre lasciò la madre (divorzieranno ufficialmente 2 anni più tardi). La madre si risposa poco dopo e con il nuovo marito si trasferiscono a Sacramento, in California, ma anche questo nuovo matrimonio ha vita breve. Il patrigno di Rissell è un uomo violento e non lega con i figli di Roberta.

Fin da giovane i fratelli maggiori di Montie lo instradano all’alcol e all’uso di sostanze stupefacenti e spesso rimangono da solo quando la madre li lascia per scappare con il marito per alcuni giorni.

Come riporta il Washington Post, citando un rapporto dei servizi della libertà vigilata, Rissell "non ha beneficiato di una supervisione maschile costante e riferisce di non aver avuto buoni rapporti né con il padre né con il patrigno", mentre, secondo i servizi sociali, “era uno studente nella media, ma all'età di 12 anni fu accusato di "abitudini e comportamenti lesivi del suo benessere".

Nel 1971, ancora giovanissimo, inizia la sua carriera criminale: prima venne accusato di aver rubato 27 dollari, poi una vettura.

Il 16 aprile 1973, stupra e deruba una donna che abitava nel suo stesso condominio. Una valutazione psichiatriche e psicologiche parla di Rissell come “di un giovane disturbato che necessitava urgentemente di una terapia intensiva in un ambiente chiuso”. Così tra il 5 febbraio 1974 e il 29 agosto 1975, viene ricoverato al Variety Children's Hospital di Miami.

Tornato in libertà finì ancora nei guai con la giustizia, arrestato per tentata rapina, fu condannato a 5 anni di reclusione, condanna sospesa con l’obbligo di continuare le terapie psichiatriche con il dottor Richard A. Ratner.

Rissell ha una vita precaria (abbiamo visto una famiglia disfuzionale alle spalle e l’uso di alcol fin da piccolo) e la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato quando la fidanza lo ha lasciato per mettersi con un altro ragazzo, uno stress che Rissell non ha saputo gestire.

Aveva saputo della rottura tramite una lettera che la stessa ex gli aveva scritto. Così decide di affrontarla di persona, ma arrivato da lei, la trova con un altro ragazzo. Pieno di rabbia torna verso casa quando incontra Aura Marina Gabor, una prostituta che esercitava vicino al suo appartamento. La minaccio con il coltello ma lei si offrì di fare sesso con lui in cambio della vita. Ma dopo aver consumato la uccide.

Il suo secondo omicidio arriva nel marzo 1977, quando violenta e uccide Ursula Miltenberger, una ragazza di 22 anni che lavorava presso un fast food.  

Il mese successivo, nell’aprile del 1977, stuprò e uccise Gladys Ross Bradley, una ragazza di ventisette anni impiegata in un ufficio postale.

Il 19 aprile scomparve Aletha Byrd, una consulente di 34 anni, il cuio corpo verrà ritrovato a maggio.

La sua ultima vittima fu Jeanette McClelland, uccisa a maggio.

La polizia aveva iniziato a sospettare di Rissell e quando perquisì la sua auto trovò il portafogli di Aletha Byrd. Dopo essere stato arrestato confessò tutti gli omicidi.

giovedì 9 aprile 2026

 Serial killer

John J. Joubert

 




Nato nel luglio del 1963 a Lawrence (Massachusetts), la sua infanzia è stata segnata dal divorzio dei suoi genitori quando aveva appena 6 anni e nel 1974, con la sorellina e la madre si trasferirono in un piccolo appartamento a Portland, nel Maine. In questo periodo avrebbe voluto continuare a vedere il padre, ma non gli fu permesso, e continuò a crescere con la madre autoritaria.

E se a casa il rapporto con la madre era teso, a scuola le cose non andavano certo meglio. Infatti, mentre i suoi voti erano buoni avendo anche diversi interessi extrascolastici (suonava nella banda musicale della scuola, correva nella squadra di atletica e frequentando gli Scout), era diventato il bersaglio di alcuni ragazzi che lo bullizzavano.

Forse proprio come risposta a tutto questo che ha iniziato ad avere pulsioni sadiche, sognando anche di uccidere perfetti sconosciuti.

A 13 anni il suo primo atto di violenza, quando provò ad accoltellare una ragazzina con una matita, mentre il giorno successivo, con una lametta da barba, ferì un'altra ragazza. Atti che però non portarono a nessuna incriminazione.

Le cose cambiarono il 22 agosto 1982, quando Richard Stetson, un ragazzino di appena undici anni, uscì di casa per fare jogging, senza però fare ritorno. Siamo a Portland, nel Maine. I suoi genitori avvertirono prontamente le forze dell’ordine ed iniziarono le ricerche. Ma il corpo del ragazzino fu rinvenuto il giorno dopo la scomparsa sul ciglio della Interstate 295.

Il corpo di Richard era stato trovato con segni dell’aggressione, era stato spogliato e l’aggressore l’aveva accoltellato e strangolato. E lo aveva anche morso.

Per l’omicidio di Richard venne arrestato un uomo che passò in carcere circa un anno e mezzo prima di essere scagionato completamente, infatti, il confrontato la sua dentatura con il calco del morso su Richard non corrispondeva.

Poco più di un anno dopo la scomparsa di Richard, nel settembre del 1983, una nuova vittima: Danny Joe Eberle, di 13 anni. Danny consegnava i giornali porta a porta e scomparve il 18 settembre 1983 a Bellevue, in Nebraska. Danny fi ritrovato 3 giorni.  Anche lui era sta spogliato e come Richard sul corpo erano presenti diverse ferite da taglio. Le indagini sulla scomparsa di Danny (prima del ritrovamento del cadavere quindi) furono affidate all’FBI, competente per questo genere di reati. Vennero seguite diverse piste e anche in questo caso venne individuato un sospettato, ma rilasciato poco dopo perché non corrispondeva al profilo criminale elaborato dai federai.

Il 2 dicembre 1983, scomparve Christopher Walden, un ragazzino di 12 anni. Il suo corpo venne ritrovato due giorni dopo. Questo crimine aveva alcuni aspetti in comune alla morte di Danny (l’arma del delitto, il profilo geografico), ma anche alcune differenze: in questo caso, il ragazzo, non era stato legato.

Nella zona si era creato il panico e la polizia aveva iniziato a seguire diverse piste e segnalazioni, come quella di un insegnate di suola media che aveva visto aggirarsi, nei pressi della sua scuola, una vettura sospetta. Aveva segnalato la targa alle autorità che, quando la controllarono, scoprirono che era una vettura presa a noleggio da John Joubert. Proseguendo le indagini scoprono anche che John Joubert aveva una macchina compatibile con quella descritta da diversi testimoni oculari. L’FBI ha quindi perquisito l’abitazione di Joubert trovando una corda compatibile a quella usata per immobilizzare Danny.

Joubert venne quindi arrestato.

Un poliziotto del Meine lesse la notizia e si incuriosì. Questo poliziotto aveva lavorato all’omicidio del piccolo Richard e aveva notato alcune similitudini tra il suo caso e i due in Nebraska. Chiese il confronto tra i denti di Joubert e il calco sul corpo di Richard. I due morsi erano uguali.

Joubert, a questo punto, di dichiarò colpevole dell’omicidio dei due ragazzini del Nebraska. Una perizia psichiatrica lo descriveva come affetto da disturbo ossessivo-compulsivo, tendenze sadiche e disturbo schizoide di personalità, ma, secondo la perizia, era in gradi di intendere e volere nell’atto di compiere i delitti.

Fu condannato a morte per i due omicidi del Nebraska. Venne anche processato nel Maine e condannato all’ergastolo per l’omicidio di Richard (il Maine ha abolito la pena di morte).

Joubert fu giustiziato il 17 luglio 1996.

martedì 31 marzo 2026

 True Crime

Albert DeSalvo

 


Tra il giugno 1962 e il gennaio 1964 Boston è stata paralizzata dalla paura. Erano gli anni in cui si aggirava nella città lo Strangolatore di Boston.

Albert DeSalvo nasce in Massachusetts il 3 settembre 1931. Figlio di due migranti, il padre di origine italiana mentre la madre dall’Irlanda. Il padre era un violento che picchiava la moglie (fu anche arrestato per le violenze) e costringeva il figlio ad assistere mentre lui aveva dei rapporti con delle prostitute.

Crescendo in questo contesto il giovane DeSalvo iniziò ben presto a torturare gli animali e compiere piccoli furti fino al 1943 quando fu arrestato proprio per furto con scasso, entrando per la prima volta in riformatorio (Albert aveva appena 12 anni). Uscito nell'ottobre 1944, iniziò a lavorare come ragazzo delle consegne. Ma già nell'agosto 1946 venne nuovamente arrestato, sempre per furto.

Scontata la pena, provò a cambiare vita arruolandosi nell’esercito. Venne inviato in Germania dove sposò una ragazza del posto. Finì il suo servizio con l’esercito nel 1958 quando fu congedato con onore.

Tonato alla vita civile, però, le cose non andarono bene e il 17 marzo 1960 venne arrestato per furto e condannato a due anni di carcere, scontando 11 mesi in carcere con la concessione della libertà condizionata.

Tornato in libertà viene fuori l’istinto violento di DeSalvo.

 

Tra il giugno 1962 e il gennaio 1964 tredici donne, di età compresa tra i 19 e gli 85 anni, furono trovate morte nelle loro case. Le vittime venivano violentate e strangolate, spesso con i propri indumenti (calze di seta o foulard), che l'assassino annodava intorno al collo con macabri fiocchi decorativi.

La firma del killer era psicologicamente devastante: non c'erano segni di scasso. L'assassino riusciva a farsi aprire la porta, convincendo le vittime della sua affidabilità e una volta dentro gli appartamenti, dava sfogo alla sua violenza

.

Ma DeSalvo non fu subito sospettato per questi omicidi. Anzi.

Nello stesso periodo DeSalvo aveva compiuto diverse aggressioni sessuali, tanto da merita il soprannome di The Measuring Man (l’uomo delle misure) e The Green Man (l’uomo in verde). Nel primo caso perché si introduceva nelle case di giovani donne spacciandosi per un talent alla ricerca di future star e di voler controllare, appunto, le loro misure. Nel secondo caso invece, perché portava un vestito da lavoro verde, così da spacciarsi per un operaio quando si introduceva in casa di queste donne.

Nonostante questa scia di violenze, la polizia non collegò le violenze agli omicidi dello Strangolatore.

 

DeSalvo fu arrestato nel 1964 per le violenze dell’uomo in verde e rinchiuso nell'ospedale psichiatrico di Bridgewater. Qui aveva come compagno di cella George Nassar, anche lui un omicida psicopatico, al quale confessò, almeno secondo la testimonianza dello stesso George Nassar, di essere lo Strangolatore di Boston. Una confessione particolarmente dettagliata nella quale descriveva dettagli delle scene del crimine che solo l'assassino poteva conoscere. Tuttavia, molti rimasero scettici e non credevano fosse lui lo Strangolatore.

 

Il processo a DeSalvo si svolse nel 1967 e lo condannarono all’ergastolo, ma solo per le violenze sessuali del Green Man (non si è neanche sicuri del numero effettivo delle vittime, alcuni sostengono addirittura che fossero 2000 le donne aggredite). Contro di lui, a parte la testimonianza di George Nassar, non c’erano prove che fosse lo Strangolatore e il caso è, per molti anni, considerato aperto.

Albert DeSalvo morirà in carcere, nel 1973, accoltellato al cuore, non si troverà mai il suo assassino.

Con la sua morte, sembrava che la verità sugli omicidi di Boston fosse destinata a restare un mistero.

Ma nel 2013 una svolta nel caso dello Strangolatore grazie anche alle nuove tecnologie.

Infatti, la polizia conservava alcuni campioni di DNA prelevati dall’ultima vittima riconducibile allo Strangolatore, la diciannovenne Mary Sullivan.

Gli investigatori, dopo averlo confrontato con un nipote di DeSalvo e trovato una corrispondenza, decidono di riesumare il corpo di Albert per un confronto diretto. I test non lasciano dubbi, il DNA di DeSalvo era sulla scena dell'omicidio Sullivan.

Un caso chiuso?

Non esattamente. Infatti, ad oggi, sappiamo con certezza solo che DeSalvo è collegato all’ultima vittime, ma non siamo certi che sia lui l’autore degli altri delitti.

giovedì 19 marzo 2026

 Serial Killer

Carroll Edward "Eddie" Cole




 

Alle 2:10 del 6 dicembre 1985 nella prigione di stato del Nevada Carroll Edward "Eddie" Cole fu giustiziato tramite iniezione letale.

Era la fine di uno spietato serial killer, condannato per l’omicidio di due donne in Nevada e tre in Texas. Anche se si pensa che il suo primo omicidio sia stato nel 1947 quando Cole aveva solo 8 anni.

Cole nasce a Sioux City (Iowa) il 9 maggio 1938. Come spesso accade in questi casi, Cole non ha un’infanzia felice ne serena, ma a differenza di molte storie simili, ad abusare psicologicamente di lui è stata la madre Vesta. Infatti, mentre il padre era al fronte per combattere nella Seconda guerra mondiale, la madre aveva iniziato a intrattenere rapporti extraconiugali con diversi uomini e spesso si portava il figlio in questi incontri amorosi, minacciandolo di ritorsioni se avesse raccontato l’accaduto al padre. E gli abusi nei confronti del piccolo Carroll non sono finiti. Oltre ad essere violenta con lui, lo vestiva anche da femmina. A scuola, poi, veniva preso spesso in giro per il suo "nome femminile".

In questo contesto difficile per il giovane Cole compie il suo primo omicidio. È il 1947, Cole ha 8 anni e annega il piccolo Duane Eugene Owen (suo coetaneo) nel lago a Richmond, in California. Per la dinamica le autorità hanno archiviato il caso come incidente, ma Cole confesserà, anni dopo, aver commesso questo delitto.

La sua adolescenza era stata contrassegnata da piccoli reati e fu anche arrestato per ubriachezza e piccoli furti. Dopo il liceo provò a cambiare completamente vita arruolandosi nell'esercito americano, ma nel 1958 fu congedato dopo aver rubato delle pistole. In questo periodo cresceva in lui un odio feroce contro le donne, probabilmente sostitute della madre. Un odio che lo portava a fantasie violente. All’inizio degli anni 60 venne rinchiuso in alcuni ospedali psichiatrici, dove gli venne diagnosticato un disturbo antisociale di personalità. Il dottor Weiss, che lo aveva in cura allo Stockton State Hospital, scrisse di lui: "Sembra aver paura della figura femminile”.

Nell'aprile del 1963 venne rilasciato dall’ospedale. Si trasferì a Dallas, in Texas, e qui incontrò e sposò Billie Whitworth una spogliarellista alcolizzata. Nonostante il matrimonio, il suo odio nei confronti delle donne non scemò mai completamente e, dopo due anni, il matrimonio finì. Cole aveva dato fuoco ad un motel convinto che la moglie lo usasse per tradirlo. Fu quindi arrestato per incendio doloso. Dopo il suo rilascio tornò in prigione per scontare una pena di cinque anni dopo aver tentato di strangolare una bambina.

Scontata la pena, si trasferì in Nevada, ma, ancora una volta, ebbe problemi con la giustizia dopo aver provato a strangolare due donne. A quel punto tornò in una clinica psicologica. Uscito dalla clinica andò a vivere a San Diego.

Ed è qui che inizia la sua vita da Serial Killer. Il 7 maggio 1971 uccide Essie Louise Buck strangolandola e abbandonandola nella sua auto.  Circa due settimane dopo una seconda vittima, una donna che però non è mai stata identificata, Cole la seppellì in una zona boscosa. Racconterà, durante le sue confessioni, che queste donne gli ricordavano la madre. 

Nel 1973, sposò Diana Faye Younglove Pashal, una barista, con gravi problemi di alcol. Il loro rapporto ere però molto teso fin da subito e spesso Cole spariva per giorni. E proprio durante queste sue assenze che commetteva gli omicidi.

Nel settembre del 1979, Cole strangolò sua moglie. Un vicino chiamò la polizia e la trovarono avvolta in una coperta ma conclusero che era morta a causa dell’eccessivo consumo di alcol.

A questo punto Cole lasciò San Diego e si trasferì a Las Vegas. Qui incontrò Marie Cushman in un bar. La sera stessa, dopo aver fatto sesso con lei, la strangolò.

Tornato a Dallas, strangolò altre tre donne nel novembre 1980. Le autorità sospettarono di lui in merito ad uno dei tre omicidi. Quando la polizia lo interrogò confessò tutto, affermando di aver ucciso almeno quattordici donne in nove anni, ma aveva perso il conto e sebbene potute essere anche di più.

Il 9 aprile 1981, Cole fu condannato per tre omicidi commessi in Texas all’ergastolo e nel 1984 (l’anno della morte della madre) fu estradato in Nevada, dove fu processato e condannato per lo strangolamento di due donne nel 1977 e nel 1979. Nell'ottobre 1984 fu condannato a morte.

E, come abbiamo già detto, alle 2:10 del 6 dicembre del 1985 fu giustiziato.

mercoledì 4 marzo 2026

 Serial Killer 

Donato Bilancia


 

“Andrò all’inferno, ma prego Dio che mi dia un istante per passare da loro a chiedere scusa”. Sono le parole che uno dei serial killer più prolifici in Italia, Donato Bilancia, diceva a Don Marco Pozza, il cappellano del carcere Due Palazzi di Padova dove Bilancia era rinchiuso, condannato a scontare 13 ergastoli e 28 anni di carcere per l’omicidio di 17 persone.

 

Ma chi era Donato Bilancia?

Donato nasce a Potenza nel luglio del 1951, ma rimane poco in Basilicata. Con il padre Rocco e la mamma Anna Mazzaturo, si trasferisce prima in provincia di Salerno e poi in Piemonte e nel 1956 arriva a Genova. Le notizie della sua infanzia sono scarse. Si pensa che sia cresciuto in un ambiente degradato e poco sereno e non arriva a completare le scuole medie. Lasciata la scuola si avvicina al mondo criminale e ben presto ha i primi guai con la giustizia come nel 1972 quando viene arrestato per il furto di un camion. È l’inizio della sua carriera di criminale collezionando diverse denunce (verrà fermato per porto abusivo d’armi, rapina e tentato sequestro). In questo periodo inizia anche a frequentare le bische clandestine. Nell’ambiente usava il nome di Walter perché per lui il nome Donato rimarcava troppo le sue origini meridionali.

Nel 1987 un evento traumatico lo segna in maniera importante. Il 20 marzo 1987 il fratello di suicida gettandosi, con il figlio tra le braccia, sotto un treno. Donato aveva un ottimo rapporto con il fratello e questo evento sicuramente lo segna. Va anche detto che Donato Bilancia attribuiva la responsabilità del suicidio del fratello alla cognata, disprezzando ancora di più le donne. Poco dopo si registrano alcuni episodi di violenza contro le donne, (nel 1990, per esempio, si registra la denuncia per percosse di una prostituta). Nello stesso anno, a seguito di un incidente stradale, rimase in coma due giorni.

Non è da escludere che anche questo trauma possa aver influito sulla psiche di quello che diventerà uno dei più proliferi serial killer italiani.



Gli omicidi

Fn da giovane Donato Bilancia era solito frequentare bische clandestine dove si giocava i soldi delle rapine (anche se aveva iniziato a perdere molto). Ed è proprio all’interno del mondo delle bische che matura i suoi primi omicidi.

Siamo nell’ottobre del 1997. Bilancia frequenta una bisca gestita da Giorgio Centanaro. Qui, una sera, Bilancia sente lo stesso Centanaro parlare con Maurizio Parenti, i due sembra che prendano in giro Bilancia, forse lo hanno truffato. Lo chiamano “pollo”. Qualcosa scatta nella testa di Bilancia, l’affronto è troppo grande.

Nella notte del 16 ottobre del 1997 Bilancia entra nella casa di Centanaro, lo imbavaglia, probabilmente con un nastro adesivo, e lo soffoca, poi pulisce la scena. Gli inquirenti pensano che Centanaro sia morte per cause naturali e quindi il caso viene archiviato, Bilancia se ne prenderà il merito solo dopo il suo arresto.

Passa poco più di una settimana e il 24 ottobre Bilancia completa la sua vendetta. Intercetta Maurizio Parenti sotto casa e, minacciandolo con una pistola, lo obbliga a portarlo su, dove è presente la moglie di Parenti, Carla Scotto. Nell’appartamento lega i due coniugi e li uccide con una pistola Smith & Wesson, e ruberà anche 13 milioni di lire e alcuni orologi di valore.

Pochi giorni dopo Bilancia torna a colpire. È il 27 ottobre. Siamo nel quartiere Marassi di Genova. Bilancia si introduce nell’appartamento di Bruno Solari e Maria Luigia Pitto, una coppia di orefici in pensione, uccidendoli con dei colpi di pistola.

Il 13 novembre il killer va in “trasferta”. Bilancia continua ad avere bisogno di soldi (la sua difficoltà è principalmente legata alle perdite nelle bische clandestine che continua a frequentare). Decide di prendere d’assalto l’ufficio di un cambiavalute, uccide il titolare (Luciano Marro) e ruba ben 45 milioni.

Il 25 gennaio 1998 c’è una nuova vittima, il metronotte Giangiorgio Canu. Ma se nei precedenti omicidi il movente è quello dei soldi, questa volta no. Sembra infatti che Bilancia abbia scelto di uccidere Canu semplicemente perché era un metronotte e dopo alcuni giorni di appostamento lo abbia scelto perché faceva un giro in solitaria.

Dopo la morte del metronotte c’è un relativo periodo di inattività del killer di una quarantina di giorni. In questo periodo Bilancia aveva continuato a frequentare le bische, ma aveva iniziato ad andare al vicino casinò di Sanremo.

Il 9 marzo 1998 carica sulla sua auto Stela Truya, una prostituta albanese, e con lei va verso Varazze, una località marittima sulla costa genovese. Qui i due vanno verso la spieggia. Le spara alla nuca e la ragazza muore sul colpo. Non sembra che ci siano segno di violenza sessuale nei confronti della ragazza.

Questo omicidio segna un cambiamento totale per Bilancia che fino a quel momento aveva ucciso principalmente per soldi.

Il 18 marzo è la volta di Ljudmyla Zubskova, una ragazza di origine ucraina, anche lei una prostituta. La ragazza era stata caricata ad Albenga. Ma a differenza di Stela, questa volta sembra che abbia avuto un rapporto orale con lei. Decide anche di far sparire la borsetta della ragazza. 

Due giorni dopo uccide Enzo Gorni (è la sua decima vittima). Gorni è un cambiavalute di Ventimiglia. Il 20 marzo Bilancia si apposta presso l’ufficio e appena ha l’occasione entra puntando la pistola contro l’uomo per rapinarlo. Ma dopo aver preso il bottino lo uccide.

Il 24 marzo si apparta con July Castro, una prostituta transessuale, nei pressi di Novi Ligure, a bordo della sua Mercedes. La macchina era già stata notata da alcuni testimoni, alcune “colleghe” di Stela, infatti, avevano raccontato agli investigatori che la loro compagna era salita appunto su una Mercedes nera. Mentre era in macchina, July aveva iniziato a spogliarsi, ma aveva notato una pistola nascosta nel soprabito di Bilancia. Si era preoccupata e aveva deciso di fuggire da quell’uomo, era nata una colluttazione dentro la macchina. In quel momento erano giunti due metronotte e avevano chiesto cosa stesse succedendo. Bilancia aveva fatto fuoco, probabilmente per paura di essere segnalato alla centrale operativa. Persero la vita Candido Randò e Massimiliano Gualillo. July aveva colto l’occasione per fuggire, ma Bilancia le andò dietro e la braccò. Ne nacque una seconda colluttazione e questa volta Bilancia sparò alla prostituta che riportò una ferita all’addome. Probabilmente il killer aveva pensato che il colpo avesse ucciso Castro e lasciò la scena del crimine. Ma July si salvò.

Ora c’era un testimone.

Castro dichiarò agli inquirenti che la persona che aveva ucciso i due metronotte “Era vestito con giacca e cravatta, pantaloni eleganti e un soprabito scuro con il bavero rialzato. Era molto taciturno, e sul piano fisico un po’ robusto. Aveva i capelli brizzolati, un’età di circa 50-55 anni e un inconsueto timbro di voce, molto rauco e profondo”.

July, con l’aiuto di un disegnatore, aveva fatto un identikit del killer.

A questo punto partono le indagini. Ma Bilancia non si ferma.

Il 29 marzo uccide Tessy Adodo, una prostituta nigeriana. Anche in questo caso aveva portato la ragazza in un luogo appartato, l’aveva fatta scendere dall’auto e finita sparandole alla nuca. Gli inquirenti iniziavano, a questo punto, a unire i puntini, ipotizzando un’unica mano dietro tutti questi delitti delle prostitute. L’esame della balistica aveva poi confermato che era stata usata la stessa arma per tutte le donne uccise negli ultimi mesi.

Poi qualcosa cambia improvvisamente.

Per chi ha un minimo di conoscenza di serial killer (ma basta una passione per alcune serie in TV) sa benissimo che la “firma” del killer è fondamentale per capire chi è l’assassino. Il famoso modus operandi aiuta, e non poco, le forze dell’ordine nelle indagini. La scelta di un determinato tipo di vittima, come il modo di uccidere, sono elementi indispensabili per catturare il criminale.

Come dicevamo, però, qualcosa cambia.

È il 12 aprile 1998. Donato Bilancia sale su un treno, l’intercity La Spezia – Venezia. Qui rimane seduto per diverso tempo alla ricerca della sua vittima. Ad un certo punto Elisabetta Zoppetti, si alza dal suo posto per andare in bagno. Bilancia la segue, aspetta che entri nel bagno e che la ragazza chiuda la porta. Bilancia aveva con sé una chiava quadrata con cui riesce ad aprire la serratura. Spalanca la porta, butta sulla testa della vittima la giacca, un modo per disorientarla, e le spara. Scende dal treno poco dopo, a Voghera, per prendere un treno nella direzione opposta.

Un paio di giorni dopo, il 14, ancora una prostituta, la macedone Kristina Valla. Si apparta nella sua macchina sulla strada tra Albenga e Ceriale. Con lei ha un rapporto sessuale, poi la fa scendere e le spara in testa.

Gli inquirenti sono in difficoltà, tanto che a metà aprile vengono arresati 2 cittadini albanesi accusati di essere i responsabili degli omicidi.

Il 18 aprile prende ancora il treno. Questa volta il diretto 2888 Genova-Ventimiglia. Qui individua Maria Angela Rubino, una giovane ragazza di soli 29 anni. Aspetta che Maria Angela vada in bagno. Poi la segue, apre la porta, la fa inginocchiare e, dopo averle coperto la testa, le spara alla nuca. Ma commette un errore. Forse determinante. Dopo averla uccisa si masturba sul cadavere della vittima e si pulisce sui vestiti di Maria Angela. Ora gli inquirenti hanno il DNA dell’assassino. Ma non solo. Ora le indagini puntano al serial killer, come si legge su un articolo del Manifesto del 20 aprile.  

 

L’arresto

17 omicidi in pochi mesi. Ma come è stato individuato Bilancia? Fino a qui sappiamo che gli inquirenti erano riusciti a capire, grazie all’esame balistico, che era stata un’unica pistola per gli omicidi. E sappiamo anche che gli inquirenti avevano il profilo genetico di Bilancia (lo sperma ritrovato sui vestiti di Maria Angela Rubino, ma anche alcuni mozziconi di sigaretta trovati su alcune scene del crimine). Avevano anche l’identikit di Bilancia fornito da Castro, il transessuale che si era salvato. In verità avevano anche un altro elemento (anche questo fornito da Castro): il killer usava una Mercedes nera. Bilancia aveva comprato la Mercedes da Pino Monello, ma non aveva saldato tutto il debito, dando solo 5 dei 7 milioni di lire richiesti dal proprietario. Così non ci fu mai il passaggio di proprietà. Bilancia poi aveva commesso un altro, stupido, errore. Quando andava alla ricerca delle sue vittime e doveva entrare in autostrada, per non pagare, si accodava alla macchina davanti a lui per passare il casello. Così erano arrivate a Pino Monello, ancora formalmente proprietario della vettura, una serie di multe per quella violazione. Aveva quindi deciso, su consiglio del suo avvocato, di parlare con i carabinieri per spiegare che la vettura la usava Bilancia. Era il pezzo mancante che avrebbe consentito di individuare il serial killer.

Alcuni giorni dopo gli investigatori decidono di seguire Bilancia nei suoi spostamenti. Recuperano anche un campione di DNA da una tazzina che avevano recuperato in un bar. Gli esami confermavano che Bilancia aveva lo stesso profilo genetico del killer.

Fu catturato il 6 maggio, mentre usciva dell'Ospedale San Martino di Genova, dove si era recato per delle visite di controllo.  Nella perquisizione del suo appartamento venne ritrovata una pistola Smith & Wesson, la pistola che aveva usato per i delitti.

Pochi giorni dopo l’arresto, aveva deciso di rendere una piena confessione dei suoi delitti. E aveva iniziato raccontando dei due omicidi, quello di Giorgio Centanaro e di Mario Parenti, che, in assenza di prove, non erano stati attribuiti al killer (il primo, se ricordate, era passato addirittura per morte naturale).

Agli inquirenti confessò:

“Quando nella bisca ho colto la frase di Maurizio che diceva "hai visto che sono riuscito ad agganciare Walter" (così era chiamato Bilancia dagli amici), nella mia testa è successo un macello e ho subito pensato: questi qui ora li debbo uccidere ...sono sempre stato un lupo solitario, non mi sono mai iscritto a niente. Ma credevo nell'amicizia. Con quella frase pronunciata da Maurizio per l'ennesima volta mi sono sentito pugnalato alla schiena ...Mi dispiace solo di aver ucciso Carla. Centanaro invece è sempre stato un viscido e lo trattavo come tale. Questo è stato il motivo che ha fatto esplodere in me una cosa di incredibile violenza. Perché io ho sempre vissuto tranquillamente per quarantasette anni, poi qualcosa è successo da un momento all'altro, non è che uno si sveglia alla mattina e dice: "va bé, oggi mi cerco un'arma e vado ad ammazzare qui e là".

 

Il processo, la detenzione e la morte

Il 13 maggio 1999 inizia il processo presieduto da Loris Pirozzi, con Massimo Cusatti giudice a latere ed Enrico Zucca Pubblico Ministero. A Bilancia vengono contestati 26 capi d'imputazione (17 omicidi, due tentati omicidi, detenzione e ricettazione di arma da fuoco, sei rapine, porto d'armi abusivo, atti osceni e vilipendio di cadavere). La sentenza sarà emessa il 12 aprile del 2000 e venne condannato a 13 ergastoli per i 17 omicidi e a 16 anni di reclusione per il tentato omicidio di July Castro, con l’aggiunta di 3 anni di isolamento diurno. Verrà quindi trasferito, come abbiamo visto, alla prigione di Padova.

Bilancia morirà in carcere nel dicembre del 2020. Ad ucciderlo il Covid.


giovedì 26 febbraio 2026

 Serial Killer


Richard Speck


 

È la notte tra il 13 e il 14 luglio del 1966. Siamo a Chicago. Un uomo si presenta al 2319 di E. 100th Street. Ha in mano una pistola. Bussa alla porta a quello che è un dormitorio per infermiere del South Chicago Community Hospital. Minaccia la ragazza che viene ad aprire la porta e si introduce nell’appartamento. Quello che accadde nelle ore successive sarà uno dei crimini più efferati della storia degli Stati Uniti, un crimine che ha segnato profondamente quella città. L’uomo lega le 9 ragazze presenti nella casa. Poi le violenta e le uccide. Una brutalità spietata.

Si salverà solo Corazon Amurao, 23 anni. Si nasconde sotto il suo letto fino alle prime luci dell’alba e sfugge all’assassino che probabilmente aveva perso il conto delle ragazze presenti nella casa. Corazon Amurao alle 6 del mattino esce dal suo nascondiglio. L’uomo era andato via. Va dalla polizia e racconta della notte appena passata.  Tra le cose che racconta, dice che l’omicida aveva un tatuaggio sul breccio con la scritta “Born to Raise Hell” (Nato per scatenare l'inferno). Inizia la caccia all’uomo.

Qualche giorno dopo viene arrestato Richard Speck. Speck aveva tentato il suicidio ed il medico che lo aveva soccorso aveva notato il tatuaggio “Born to Raise Hell”.

 

Ma chi era Richard Speck?

Richard Benjamin Speck nasce a Kirkwood, Illinois, il 6 dicembre 1941. Figlio di Benjamin Franklin Speck e Mary Margaret Carbaugh Speck, settimo di otto figli, sicuramente la sua era una famiglia con non pochi problemi economici. Il padre lavorava come imballatore presso la Western Stoneware di Monmouth, ma l’uomo morì nel 1947 per un infarto. Richard era molto legato al padre e questo evento sicuramente lo traumatizzò. Pochi anni dopo, nel 1950, la madre si sposa con Carl August Rudolph Lindberg (un uomo violento e con un grave problema con l’alcol) e la famiglia si sposta in Texas. Ma questa nuova vita con il patrigno è molto problematica. La famiglia, infatti, si traferisce di continuo (sembra una decina di indirizzi diversi in poco più di 12 anni), per di più Lindberg, il patrigno, trattava male il giovane Richard.

Richard a 12 anni inizia a fare uso di alcol, a 16 ha già lasciato la scuola e si avvia ad un futuro da criminale con vari arresti per reati minori. A 21 anni ha la sua prima condanna per furto, frode (incassa un assegno non suo) e rapina. Condannato a tre anni scontò solo 16 mesi in carcere uscendo in libertà condizionata.

Uscito dal carcere però continua ad avere problemi con la giustizia e il 6 marzo 1966 rapina un nuovo negozio. Ma poi fugge in Illinois e torna a Monmouth, sua città natale.

 

Ci sono almeno due episodi nei mesi successivi il suo ritorno a Monmouth che destano preoccupazione. Il 3 aprile Virgil Harris venne aggredita nel suo appartamento, venne legata e violentata, e l’aggressore fuggì con la refurtiva. Il 13 aprile fu ritrovato il cadavere di Mary Kay Pierce. La donna, una cameriera che lavorava nel bar frequentato proprio da Richard, era sparita qualche giorno prima. La polizia sospettò di lui, ma Richard fuggì a Chicago prima di essere arrestato. Quando la polizia perquisì l’appartamento di Richard trovarono la refurtiva della rapina a Virgil Harris.

Qualche mese più tardi, a luglio, come abbiamo detto, i fatti che hanno portato alla morte delle 8 infermiere.

 

Il processo inizia il 3 aprile 1967 a Peoria, Illinois. Contro Richard ci sono già una serie di indizi ma buona parte della strategia dell’accusa si basa sulla testimonianza di Corazon Amurao. Durante il processo, quando la ragazza venne chiamata a testimoniare su quella notte, indicò Richard Speck come l’autore dei delitti.

Fu un processo velocissimo, tanto che il 15 aprile successivo la giuria emise la sentenza di condanna. La giuria aveva discusso appena 49 minuti di camera di consiglio. Il 5 giugno 1967, il giudice Herbert J. Paschen condannò Speck alla sedia elettrica, condanna confermata il 22 novembre 1968 dalla Corte Suprema dell'Illinois.

Quando, nel 1972, Corte Suprema però deliberò sull’incostituzionalità della pena di morte, la condanna di Speck venne commutato in ergastolo.

Speck muore in carcere il 5 dicembre 1991 (vigilia del suo cinquantesimo compleanno), stroncato da un infarto, come il padre.