venerdì 6 febbraio 2026

 True Crime


Cristina Mazzotti la verità dopo cinquant'anni







Il 4 febbraio 2026 la Corte d'Appello di Como ha scritto un altro pezzo di una storia iniziata più di cinquant’anni fa, la sera del 30 giugno 1975.

Cristina Mazzotti era nata nel giugno del 1957 e viveva in una zona esclusiva di Milano (anche se lei era nata a Losanna). Il padre, Elios, era un ricco industriale, e proprio i successi del padre avevano trasformato la ragazza in obiettivo sensibile nel periodo dei sequestri di persona per fini estorsivi. 

Il 30 giugno 1975, Cristina, che aveva da pochissimi giorni compiuto 18’anni, era uscitaper festeggiare la sua maggiore età e la recente promozioni. Con la sua amica, Emanuela Lusari, e il suo fidanzato, Carlo Galli, salirono sulla Mini di Carlo e andarono a fare festa.

Su La Stampa del 2 luglio leggiamo: “Il programma è di trascorrere la serata incontrando un po’ di amici. I tre vanno ad Erba, nel bar «Bosisio» dove trovano un gruppo di ragazzi che li attendono. Alle 22 escono e partono in otto con due auto per un giro in Brianza. Questi giovani hanno una fitta rete di amicizie disseminate per le molte ville; amicizie ravvivate di weekend in weekend. All’una e mezzo la Mini sta per far ritorno alla villa Mazzotti, dopo che gli altri amici, con la seconda auto, se ne sono andati già alle loro abitazioni. La vetturetta, lasciata la Valassina, imbocca la stradina che da Eupilio porta a Galliano”.

A poca distanza da casa, però, la Mini guidata da Carlo viene fermata da quattro uomini a bordo di una Giulia e una Fiat 125. Ma la banda voleva solo Cristina. Quindi legarono Carlo ed Emanuela e li portarono dalle parti di Appiano Gentile. Per Cristina invece era previsto un destino completamente diverso.

La ragazza venne rinchiusa in una buca dentro un garage e poteva respirare solo attraverso un tubo di plastica. Veniva nutrita con un paio di panini al giorno. Per le gravi condizioni in cui viveva Cristina morì tra il 30 luglio e il 1º agosto.

I sequestratori chiesero un riscatto di 5 miliari di lire (poi scesi a poco più di uno). Il riscatto venne pagato, ma a quel punto Cristina era già morta. Il suo corpo venne ritrovato solo agli inizi di settembre.

Le indagini partono a rilento, anzi in una prima fase sembrano non portare a niente. Poi la svolta inaspettata. Libero Ballinari, era un uomo dai legami oscuri e legato alla criminalità. Si reca in una banca Svizzera per provare a ripulire la sua parte del bottino dal sequestro. Ma il fatto destò l’interesse di un’impiegata zelante che avvisò subito la polizia elvetica dell’anomalo versamento. La polizia federale, a sua volta, passò le informazioni ai colleghi italiani che nel giro di poco arrestarono Ballinari. Una volta in carcere a Ballinari ci volle poco per iniziare a collaborare con gli inquirenti. E così fece i nomi di tutti i componenti della banda.

Inizia il processo per 22 imputati davanti al tribunale di Novara. La sentenza di primo grado è nel maggio 1977 e si conclude con 13 condanne di cui 8 ergastoli. La cassazione confermò però solo 4 ergastoli, altri 2 imputati vennero condannati a 30 anni e 5 a più di 20.

Ma la storia non è affatto finita.

Un colpo di scena, inatteso, arriva nel gennaio del 1994. Antonio Zagari era un ‘ndranghetista, figlio del boss Giacomo Zagari. All’inizio degli anni 80 iniziò a collaborare con la giustizia soprattutto per la sua avversione per i sequestri dell’Anonima dell’Aspromonte. Dalle sue dichiarazioni partì l’Operazione Isola Felice, una maxi operazione che portò in carcere diversi esponenti della malavita del varesotto. Tra le altre cose, Antonio Zagari aveva dichiarato che c’era proprio la ‘ndrangheta dietro al sequestro di Cristina. Secondo Zagari però il padre aveva sì organizzato il sequestro ma si era poi tirato indietro, mentre altri affiliato all’Anonima vennero processati. Era la prova che dietro a quel sequestro ci fosse la criminalità organizzata.

Ma la storia non è ancora finita.

Una nuova svolta nelle indagini arriva nel 2007 quando la scientifica riesce ad attribuire al calabrese Demetrio Latella alcune impronte digitali raccolte dalla polizia nel 1975. Latella ammise quindi il suo coinvolgimento nel sequestro. Ma nel 2012 gli imputati (Latella mise in mezzo altre due persone, Giuseppe Calabrò e Antonio Talia) vennero prescritti per sequestro di persona e omicidio volontario.

Dobbiamo aspettare altri 3 anni. Nel 2015 la Corte di Cassazione stabilisce che le pene la cui condanna arriva all’ergastolo è in pratica imprescrivibile, quindi l’omicidio volontario (pena minima 21 anni) con le aggravanti poteva avere come risultato, appunto l’ergastolo.

Fabio Repici, il nuovo avvocato della famiglia Mazzatti, presenta un nuovo esposto contro la prescrizione di Latella, Calabrò e Talia. Si riaprono le indagini condotte da Stefano Civardi, sostituto procuratore della Direzione distrettuale antimafia di Milano, che vengono concluse il 9 novembre 2022 e parte un nuovo processo davanti la Corte d’Assise di Como.

Ora siamo alla stretta cronaca. Il 4 febbraio 2026 viene emessa la sentenza contro Latella, Calabrò e Talia. I primi due vengono condannati all’ergastolo per aver fatto parte del commando che sequestrò la ragazza, mentre viene assolto Talia.

Oltre a far definitivamente luce su questo caso, è da segnalare in particolare la condanna di Calabrò. Alessandra Dolci, coordinatrice della DDA di Milano, definisce Calabrò “personaggio autorevole nel mondo calabrese”. Calabrò ha collezionato diverse condanne ma, nonostante i sospetti, non si era mai riusciti ad affermare la sua affiliazione alla criminalità organizzata. Il suo nome era anche emerso dall’inchiesta “Doppia curva” sulle infiltrazioni della mafia nelle curve milanesi, ma non si era proceduto a nessuna incriminazione.

Ora una condanna all’ergastolo pesantissima.

 

Nessun commento:

Posta un commento